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27/08/1978: Radiomessaggio "Urbi et Orbi" |
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30/08/1978: Ai Cardinali |
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31/08/1978: Al corpo diplomatico presso la Santa Sede |
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01/09/1978: Ai giornalisti |
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03/09/1978: Messa d' inizio del ministero di Supremo Pastore |
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04/09/1978: Alle missioni speciali |
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07/09/1978: Al clero di Roma |
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21/09/1978: Ad un gruppo di vescovi degli Stati Uniti in visita "ad limina" |
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23/09/1978: Al sindaco di Roma |
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23/09/1978: Pressa di possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano |
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28/09/1978: Ad un gruppo di vescovi delle Filippine in visita "ad limina" |
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30/09/1978: Ai gesuiti (postumo) |
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RADIOMESSAGGIO « URBI ET ORBI »
Domenica,
27 agosto 1978
Venerabili Fratelli!
Diletti
Figli e Figlie dell' intero orbe cattolico!
Chiamati
dalla misteriosa e paterna bontà di Dio alla gravissima responsabilità del
Supremo Pontificato, inviamo a voi il Nostro saluto; e subito lo estendiamo a
tutti gli uomini del mondo, che in questo momento ci ascoltano, e nei quali,
secondo gli insegnamenti del Vangelo, amiamo vedere unicamente degli amici, dei
fratelli. A voi tutti, salute, pace, misericordia, amore: « Gratia Domini
nostri Iesu Christi et caritas Dei et communicatio Sancti Spiritus sit cum
omnibus vobis ».
Abbiamo
ancora l'animo accasciato dal pensiero del tremendo ministero al quale siamo
stati scelti: come Pietro, ci pare di aver posto il piede sull'acqua infida, e,
scossi dal vento impetuoso, abbiamo gridato con lui verso il Signore: « Domine,
salvum me fac ». Ma abbiamo sentito rivolta anche a Noi la voce, incoraggiante e
al tempo stesso amabilmente esortatrice del Cristo: « Modicae fidei, quare
dubitasti? ». Se le umane forze, da sole, non possono essere adeguate a tanto
peso, l'aiuto di Dio onnipotente, che guida la sua Chiesa attraverso i secoli in
mezzo a tante contraddizioni e contrarietà, non mancherà certo anche a Noi,
umile e ultimo Servus servorum Dei. Tenendo la Nostra mano in quella di
Cristo, appoggiandoci a Lui, siamo saliti anche Noi al timone di questa nave,
che è la Chiesa; essa è stabile e sicura, pur in mezzo alle tempeste, perché
ha con sé la presenza confortatrice e dominatrice del Figlio di Dio. Secondo le
parole di S.Agostino, che riprende un'immagine cara all'antica Patristica, la
nave della Chiesa non deve temere, perché è guidata da Cristo: « Quia etsi
turbatur navis, navis est tamen. Sola portat discipulos et recipit Christum.
Periclitatur quidem in mari, sed sine illa statim peritur ». Solo in essa v'è
salvezza: sine illa peritur!
Con
questa fede, Noi procederemo. L'aiuto di Dio non Ci mancherà secondo la
promessa indefettibile: « Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad
consummationem saeculi ». La vostra rispondenza unanime e la collaborazione
volonterosa di tutti Ci renderà più leggero il peso del quotidiano dovere. Ci
accingiamo a questo terribile compito nella coscienza della insostituibilità
della Chiesa Cattolica, la cui immensa forza spirituale è garanzia di pace e di
ordine, e come tale è presente nel mondo, come tale è riconosciuta nel mondo.
L'eco che la sua vita solleva ogni giorno è la testimonianza che essa,
nonostante tutto, è viva nel cuore degli uomini, anche di quelli che non
condividono la sua verità e non accettano il suo messaggio. Come ha detto il
Concilio Vaticano II, « dovendosi estendere a tutta la terra, la Chiesa entra
nella storia degli uomini, e insieme però trascende i tempi e i confini dei
popoli. Tra le tentazioni e le tribolazioni del suo cammino, la Chiesa è
sostenuta dalla forza della grazia di Dio, a lei promessa dal Signore, affinché
per l'umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma rimanga la degna
sposa del suo Signore e non cessi di rinnovarsi sotto l'azione dello Spirito
Santo, finché, attraverso la croce, giunga alla luce che non conosce tramonto
». Secondo il piano di Dio, che « ha convocato tutti coloro che guardano con
fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace », la
Chiesa è stata da Lui voluta « perché sia per tutti e per i singoli
sacramento visibile di questa unità salvifica ».
In
questa luce, Noi Ci poniamo interamente, con tutte le Nostre forze fisiche e
spirituali, al servizio della missione universale della Chiesa, che è quanto
dire al servizio del mondo: cioè al servizio della verità, della giustizia,
della pace, della concordia, della collaborazione all'interno delle Nazioni come
nei rapporti tra i popoli. Chiamiamo anzitutto i figli della Chiesa a prendere
coscienza sempre maggiore della loro responsabilità: « Vos estis sal terrae,
vos estis lux mundi ». Superando le tensioni interne, che qua e là si sono
potute creare, vincendo le tentazioni dell'uniformarsi ai gusti e ai costumi del
mondo, come ai titillamenti del facile applauso, uniti nell'unico vincolo
dell'amore che deve informare la vita intima della Chiesa come anche le forme
esterne della sua disciplina, i fedeli devono essere pronti a dare testimonianza
della propria fede davanti al mondo: « Parati semper ad defensionem omni
poscenti vos rationem de ea, quae in vobis est, spe ».
La
Chiesa, in questo sforzo comune di responsabilizzazione e di risposta ai
problemi lancinanti del momento, è chiamata a dare al mondo quel « supplemento
d'anima » che da tante parti si invoca e che solo può assicurare la salvezza.
Questo si attende oggi il mondo: esso sa bene che la sublime perfezione a cui è
pervenuto con le sue ricerche e con le sue tecniche ha raggiunto un crinale
oltre cui c'è la vertigine dell'abisso; la tentazione di sostituirsi a Dio con
l'autonoma decisione che prescinde dalle leggi morali, porta l'uomo moderno al
rischio di ridurre la terra a un deserto, la persona a un automa, la convivenza
fraterna a una collettivizzazione pianificata, introducendo non di rado la morte
là dove invece Dio vuole la vita.
La
Chiesa, piena di ammirazione e amorevolmente protesa verso le umane conquiste,
intende peraltro salvaguardare il mondo, assetato di vita e d'amore, dalle
minacce che lo sovrastano; il Vangelo chiama tutti i suoi figli a porre le
proprie forze, e la stessa vita, al servizio dei fratelli, nel nome della carità
di Cristo: « Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam quis ponat pro
amicis suis ». In questo momento solenne, Noi intendiamo consacrare tutto
quello che siamo e che possiamo a questo scopo supremo, fino all'estremo
respiro, consapevoli dell'incarico che Cristo stesso ci ha affidato: « Confirma
fratres tuos ».
Ci
soccorre, a darCi forza nell'arduo compito, il ricordo soavissimo dei Nostri
Predecessori, la cui amabile dolcezza e intrepida forza Ci sarà di esempio nel
programma pontificale: ricordiamo in particolare le grandissime lezioni di
governo pastorale lasciateci dai Papi a Noi più vicini, come Pio XI, Pio XII,
Giovanni XXIII, che con la loro sapienza, dedizione, bontà e amore alla Chiesa
e al mondo hanno lasciato un'orma incancellabile nel nostro tempo tormentato e
magnifico. Ma è soprattutto al compianto Pontefice Paolo VI, Nostro immediato
Predecessore, che va il trasporto commosso del cuore e della venerazione. La sua
morte rapida, che ha lasciato attonito il mondo secondo lo stile dei gesti
profetici di cui ha costellato il suo indimenticabile pontificato, ha messo
nella giusta luce la statura straordinaria di quel grande e umile uomo, al quale
la Chiesa deve l'irraggiamento straordinario, pur fra le contraddizioni e le
ostilità, raggiunto in questi quindici anni, nonché l'opera immane,
infaticabile, senza soste, da Lui posta nella realizzazione del Concilio e
nell'assicurare al mondo la pace, tranquiltitas ordinis.
Il
Nostro programma sarà quello di continuare il suo, nella scia già segnata con
tanti consensi dal grande cuore di Giovanni XXIII:
-
vogliamo cioè continuare nella prosecuzione dell'eredità del Concilio Vaticano
II, le cui norme sapienti devono tuttora essere guidate a compimento, vegliando
a che una spinta, generosa forse ma improvvida, non ne travisi i contenuti e i
significati, e altrettanto che forze frenanti e timide non ne rallentino il
magnifico impulso di rinnovamento e di vita;
-
vogliamo conservare intatta la grande disciplina della Chiesa, nella vita dei
sacerdoti e dei fedeli, quale la collaudata ricchezza della sua storia ha
assicurato nei secoli con esempi di santità e di eroismo, sia nell'esercizio
delle virtù evangeliche sia nel servizio dei poveri, degli umili, degli
indifesi; e a questo proposito porteremo innanzi la revisione del Codice di
Diritto Canonico, sia della tradizione orientale sia di quella latina, per
assicurare, alla linfa interiore della santa libertà dei figli di Dio, la
solidità e la saldezza delle strutture giuridiche;
-
vogliamo ricordare alla Chiesa intera che il suo primo dovere resta quello
dell'evangelizzazione, le cui linee maestre il Nostro Predecessore Paolo VI ha
condensato in un memorabile documento: animata dalla fede, nutrita dalla Parola
di Dio, e sorretta dal celeste alimento dell' Eucaristia, essa deve studiare ogni
via, cercare ogni mezzo, « opportune importune », per seminare il Verbo, per
proclamare il messaggio, per annunciare la salvezza che pone nelle anime
l'inquietudine della ricerca del vero e in questa le sorregge con l' aiuto
dall'alto; se tutti i figli della Chiesa sapranno essere instancabili missionari
del Vangelo, una nuova fioritura di santità e di rinnovamento sorgerà nel
mondo, assetato di amore e di verità;
-
vogliamo continuare lo sforzo ecumenico, che consideriamo l'estrema consegna dei
Nostri immediati Predecessori, vegliando con fede immutata, con speranza invitta
e con amore indeclinabile alla realizzazione del grande comando di Cristo: « Ut
omnes unum sint », nel quale vibra l'ansia del suo Cuore alla vigilia
dell'immolazione del Calvario; le mutue relazioni fra le Chiese di varia
denominazione hanno compiuto progressi costanti e straordinari, che sono davanti
agli occhi di tutti; ma la divisione non cessa peraltro di essere occasione di
perplessità, di contraddizione e di scandalo agli occhi dei non cristiani e dei
non credenti: e per questo intendiamo dedicare la Nostra meditata attenzione a
tutto ciò che può favorire l'unione, senza cedimenti dottrinali ma anche senza
esitazioni;
-
vogliamo proseguire con pazienza e fermezza in quel dialogo sereno e costruttivo,
che il mai abbastanza compianto Paolo VI ha posto a fondamento e programma della
sua azione pastorale, dandone le linee maestre nella grande Enciclica «
Ecclesiam Suam », per la reciproca conoscenza, da uomini a uomini, anche con
coloro che non condividono la nostra fede, sempre disposti a dar loro
testimonianza della fede che è in noi, e della missione che il Cristo Ci ha
affidata, « ut credat mundus »;
-
vogliamo infine favorire tutte le iniziative lodevoli e buone che possano
tutelare e incrementare la pace nel mondo turbato: chiamando alla collaborazione
tutti i buoni, i giusti, gli onesti, i retti di cuore, per fare argine,
all'interno delle nazioni, alla violenza cieca che solo distrugge e semina
rovine e lutti, e, nella vita internazionale, per portare gli uomini alla mutua
comprensione, alla congiunzione degli sforzi che favoriscano il progresso
sociale, debellino la fame del corpo e l'ignoranza dello spirito, promuovano
l'elevazione dei popoli meno dotati di beni di fortuna eppur ricchi di energie e
di volontà.
Fratelli
e figli carissimi,
In
quest' ora trepida per Noi, ma confortata dalle divine promesse, Noi rivolgiamo
il Nostro saluto a tutti i Nostri figli: li vorremmo qui tutti presenti per
guardarli negli occhi, e per abbracciarli, infondendo loro coraggio e confidenza,
e chiedendo per Noi comprensione e preghiera.
A
tutti il Nostro saluto:
-
ai Cardinali del Sacro Collegio, con i quali abbiamo condiviso ore decisive, e
sui quali contiamo ora e in avvenire, ringraziandoli per il saggio consiglio e
la forte collaborazione che vorranno continuare ad offrirCi, in prolungamento di
quel loro consenso che, per volontà di Dio, Ci ha portato a questo culmine
dell'ufficio apostolico;
-
a tutti i Vescovi della Chiesa di Dio, « che rappresentano la propria Chiesa, e
tutti insieme col Papa rappresentano tutta la Chiesa nel vincolo della pace,
dell'amore e dell'unità », e la cui collegialità vogliamo fortemente
avvalorare, avvalendoCi della loro opera nel governo della Chiesa universale sia
mediante l'organo sinodale, sia attraverso le strutture della Curia Romana, a
cui essi partecipano di diritto secondo le norme stabilite;
-
a tutti i Nostri collaboratori chiamati alla stretta esecuzione della Nostra
volontà, e all'onore di una attività che li impegna a santità di vita, a
spirito di obbedienza, a opera di apostolato e ad esemplare fortissimo amore
alla Chiesa. Noi li amiamo ad uno ad uno; e chiedendo loro di continuare a
prestare a Noi, come ai Nostri Predecessori, la loro provata fedeltà, siamo
certi di poter contare sulla loro opera preziosissima che Ci sarà di grande
giovamento;
-
salutiamo i sacerdoti e i fedeli della diocesi di Roma, ai quali Ci lega la
successione di Pietro e l'incarico unico e singolare di questa Cattedra Romana
« che presiede alla carità universale »;
-
salutiamo poi in modo particolare i membri della Nostra diocesi di origine
Belluno e quelli di Venezia, che Ci sono stati affidati come figli
affettuosissimi e carissimi, ai quali ora pensiamo con sincero rimpianto,
ricordando le loro magnifiche opere ecclesiali e le comuni energie dedicate alla
buona causa del Vangelo;
-
e abbracciamo poi tutti i sacerdoti, in special modo i parroci e quanti si
dedicano alla cura diretta delle anime, spesso in condizioni disagiate, o di
vera povertà, ma sorretti luminosamente dalla grazia della vocazione e
dell'eroica sequela del Cristo « pastore delle nostre anime »;
-
salutiamo i Religiosi e le Religiose di vita sia contemplativa sia attiva, che
continuano a irradiare sul mondo l'incanto dell'intatta adesione agli ideali
evangelici, supplicandoli di continuare a « porre ogni cura affinché per loro
mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo ai fedeli e agli
infedeli »;
-
salutiamo tutta la Chiesa missionaria e inviamo agli uomini e alle donne, che
sugli avamposti della evangelizzazione si dedicano alla cura dei fratelli, il
Nostro incoraggiamento e il Nostro plauso più affettuoso: sappiano che, fra
quanti abbiamo cari, essi Ci sono carissimi: non li dimenticheremo mai nelle
Nostre preghiere e nelle Nostre sollecitudini, perché hanno un posto
privilegiato nel Nostro cuore;
-
alle associazioni di Azione Cattolica, come ai movimenti di varia denominazione
che contribuiscono con energie nuove alla vivificazione della società e alla «
consecratio mundi » come lievito nella pasta, va tutto il Nostro sostegno e il
Nostro appoggio, perché siamo convinti che la loro opera, nella collaborazione
con la sacra Gerarchia, è indispensabile per la Chiesa, oggi;
-
e salutiamo i giovani, speranza di un domani più pulito, più sano, più
costruttivo, affinché sappiano distinguere il bene dal male, e portarlo a
compimento con le fresche energie di cui sono in possesso, per la vitalità
della Chiesa e l'avvenire del mondo;
-
salutiamo le famiglie, che sono « come il santuario domestico della Chiesa »,
anzi sono una vera e propria « Chiesa domestica » nella quale
fioriscono le vocazioni religiose e le decisioni sante, e si prepara il domani
del mondo; vogliano far argine alle ideologie distruttrici dell'edonismo che
estingue la vita, e formare energie pulsanti di generosità, di equilibrio, di
dedizione al bene comune;
-
ma un particolare saluto vogliamo inviare a quanti soffrono nel presente
momento; agli ammalati, ai prigionieri, agli esuli, ai perseguitati; a quanti
non riescono ad avere un lavoro, o stentano nella dura lotta per la vita; a
quanti soffrono per la costrizione a cui è ridotta la loro fede cattolica, che
non possono liberamente professare se non al prezzo dei loro diritti primari di
uomini liberi e di cittadini volonterosi e leali. In modo particolare pensiamo
alla martoriata terra del Libano, alla situazione della Terra di Gesù, alla
fascia del Sahel, all' India tanto provata, e a tutti quei figli e fratelli che
subiscono dolorose privazioni sia per le condizioni sociali e politiche, sia per
le conseguenze di disastri naturali.
Uomini
fratelli di tutto il mondo!
Tutti
siamo impegnati nell'opera di elevare il mondo ad una sempre maggiore giustizia,
ad una più stabile pace, a una più sincera cooperazione: e perciò tutti
invitiamo e scongiuriamo, dai più umili ordini sociali che formano il tessuto
connettivo delle nazioni, fino ai Capi responsabili dei singoli popoli, a farsi
strumenti efficaci e responsabili di un ordine nuovo, più giusto e più
sincero.
Un'alba
di speranza aleggia sul mondo, anche se una fitta coltre di tenebra, dai
sinistri bagliori di odio, di sangue e di guerra, minaccia talora di oscurarla:
l'umile Vicario di Cristo, che inizia trepido e fiducioso la sua missione, si
pone a disposizione totale della Chiesa e della società civile, senza
distinzione di razze o di ideologie, per assicurare al mondo il sorgere di un
giorno più sereno e più dolce. Solo Cristo potrà far sorgere la luce che non
tramonta, perché Egli è il « sole di giustizia »: ma Egli pure attende
l'opera di tutti. La Nostra non mancherà.
Chiediamo
a tutti i Nostri figli l'aiuto della preghiera, perché solo su questa contiamo;
e Ci abbandoniamo fiduciosi all'aiuto del Signore, che, come Ci ha chiamati al
compito di suo rappresentante in terra, così non Ci lascerà mancare la sua
grazia onnipotente. Maria Santissima, Regina degli Apostoli, sarà la stella
fulgida del Nostro pontificato. San Pietro, Ecclesiae frmamentum, Ci
sorregga con la sua intercessione e col suo esempio di fede invitta e di umana
generosità. San Paolo Ci guidi nello slancio apostolico dilatato verso tutti i
popoli della terra; i Nostri santi Patroni Ci assistano.
E
nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo impartiamo al mondo la
Nostra prima, affettuosissima Benedizione Apostolica.
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ALLOCUZIONE
DI GIOVANNI PAOLO I
AL COLLEGIO CARDINALIZIO
Mercoledì, 30 agosto 1978
Brani
del discorso del pontefice, lasciando da parte il testo scritto :
“Grazie,
Eminenza Reverendissima, delle parole così buone che si è degnata di
rivolgermi, a nome oltre che del Sacro Collegio, mi è parso di vedere a nome
della Chiesa, nelle sue componenti : i fedeli, i sacerdoti, i religiosi.
Prima
di tutto, io vorrei chiedere in qualche maniera scusa perché, dalla stampa, ho
visto che quasi, quasi, io avrei rimproverato il Sacro Collegio. Non è
precisamente così. Quando son venuto fuori dalla benedizione e ho visto tutto
il Collegio schierato per la foto che poi è mancata, mi è venuto spontaneo, dai
ricordi di scuola, io devo a scuola il testo del Todesco, là dove parla di San
Bernardo, e dice anche la reazione che San Bernardo ha avuto quando ha sentito che
Eugenio III, uno dei suoi, era stato fatto Papa. Allora ha scritto : “
Quid fecistis ? Parcat vobis
Deus ”. Ma non ero io che
dicevo. Non vi rimproveravo affatto ! Intendevo dire la reazione di san
Bernardo. Io invece, in questo momento, devo ringraziare per la fiducia da me
assolutamente inaspettata e anche immeritata, che avete avuto nel darmi il
vostro voto. Speriamo che il Signore non mi renda indegno di questa fiducia.
Aiutatemi anche voi con le vostre preghiere. Qui vedo il Cardinal Felici, con la
sua solita amabilità, prima che finisse lo scrutinio, è venuto perché era
proprio davanti a me e ha detto : “Messaggio per il nuovo Papa”. Grazie ! -
ho detto io, - ma non ero ancora fatto! Ho aperto. Cosa c’ era? Una piccola Via
Crucis. Quella è la strada dei Papi! Però ... nella Via Crucis, uno dei
personaggi è anche il cireneo. Spero che, i miei confratelli cardinali
aiuteranno questo povero Cristo, Vicario di Cristo a porta la croce con la loro
collaborazione di cui io sento tanto il bisogno (...)
Io,
in un certo senso, sono dolente di non poter ritornare alla vita dell’
apostolato spicciolo che mi piaceva tanto. Ho avuto sempre diocesi piccole :
Vittorio Veneto, diocesi piccola; la stessa Venezia, grande per storia e piccola,
430.000 abitanti. Quindi, il mio lavoro era : ragazzi, operai, malati, visite
pastorali. Non potrò più fare questo lavoro. Ma voi potete farlo. Non dovete
però pensare soltanto alla vostra diocesi. I vescovi devono pensare anche alla
Chiesa Universale. Dobbiamo lavorare insieme. Abbiate pietà del povero Papa
nuovo che veramente non aspettava di salire a questo posto. Cercate di aiutare e
cerchiamo insieme di dare al mondo spettacolo di unità, anche sacrificando
qualche cosa alle volte. Ma noi avremo tutto da perdere se il mondo non ci vede
saldamente uniti.
Con questo faccio a voi i più grandi auguri e termino con la benedizione apostolica che il Cardinal Decano ha domandato ... Dico la verità. Mi sa un po’ strano darvi la benedizione apostolica. Siete tutti successori degli Apostoli anche voialtri, ad ogni modo, è scritto qui : “In nome di Cristo, imparto con effusione di sentimento a voi, ai vostri collaboratori ed a tutte le anime affidate alla vostra cura pastorale, le primizie della mia propiziatrice apostolica benedizione”. Un po’ aulico il linguaggio. Abbiate pazienza !
Testo
scritto :
Venerabili
Fratelli,
Con
grande gioia vi vediamo raccolti intorno a noi per questo incontro, che abbiamo
vivamente desiderato e del quale ora, grazie alla vostra cortesia, ci è
consentito di gustare la dolcezza ed il conforto. Sentivamo, infatti, impellente
il bisogno non soltanto di rinnovarvi l'espressione della nostra gratitudine per
il consenso - che non cessa invero di sorprenderci e di confonderci - da voi
riservato alla nostra umile persona, ma di testimoniarvi altresì la fiducia che
nutriamo nella vostra fraterna ed assidua collaborazione.
Il
peso, che il Signore negli imperscrutabili disegni della sua provvidenza ha
voluto porre sulle nostre fragili spalle, ci apparirebbe davvero troppo gravoso,
se non sapessimo di poter contare, oltre che sulla onnipotente forza della sua
grazia, sulla affettuosa comprensione e sulla operante solidarietà di Fratelli
tanto illustri per dottrina e per saggezza, tanto sperimentati nel governo
pastorale, tanto addentro nelle cose di Dio e in quelle degli uomini.
Profittiamo,
pertanto, di questa circostanza per dichiarare che contiamo innanzitutto
sull'aiuto di quei Signori Cardinali, che resteranno accanto a noi, in
quest'alma Città, alla direzione dei vari Dicasteri, di cui si compone la Curia
Romana. Gli incarichi pastorali, a cui volta a volta la Provvidenza divina ci ha
chiamati negli anni trascorsi, si sono svolti sempre lontani da questi complessi
organismi, che offrono al Vicario di Cristo la possibilità concreta di svolgere
il servizio apostolico di cui Egli è debitore a tutta la Chiesa, ed assicurano
in tal modo l'organico articolarsi delle legittime autonomie, pur
nell'indispensabile rispetto di quella essenziale unità di disciplina, oltre
che di fede, per la quale Cristo pregò nell'immediata vigilia della sua
Passione. Non ci costa fatica riconoscere la nostra inesperienza in un settore
tanto delicato della vita ecclesiale. Noi ci ripromettiamo, quindi, di far
tesoro dei suggerimenti che ci verranno da così valenti Collaboratori,
mettendoci per così dire alla scuola di chi, per le benemerenze acquisite in un
servizio di così grande importanza, ben merita la nostra piena fiducia e il
nostro riconoscente apprezzamento.
Il
nostro pensiero si rivolge, poi, a quanti fra voi, Venerabili Fratelli, si
dispongono a tornare alle loro Sedi episcopali, per riprendere la cura pastorale
delle Chiese, che lo Spirito ha loro affidato, e già pregustano nell'animo la
gioia dell'incontro con tanti loro figli ormai ben noti e teneramente amati. È
una gioia, questa, che a noi non sarà concessa. Il Signore conosce la mestizia
che questa rinuncia ci pone nel cuore. Egli tuttavia, nella sua bontà, sa
temperare l'amarezza del distacco con la prospettiva di una paternità più
vasta. In particolare, Egli ci conforta col dono inestimabile della vostra
cordiale e sincera devozione, nella quale ci pare di sentir vibrare la devozione
di tutti i Vescovi del mondo, uniti a questa Sede Apostolica con i vincoli saldi
di una comunione, che travalica gli spazi, ignora le diversità di razza, si
arricchisce dei valori autentici, presenti nelle varie culture, fa di popoli
distanti fra loro per ubicazione geografica, per lingua e mentalità, un'unica
grande famiglia. Come non sentirsi pervasi da un'onda di rasserenante fiducia
dinanzi allo spettacolo meraviglioso, che si offre all'assorta contemplazione
dello spirito, stimolato dalla vostra presenza a protendersi in direzione dei
cinque continenti, ognuno dei quali ha in voi così significativi e degni
rappresentanti?
Questa
vostra splendida assise pone sotto i nostri occhi un'immagine eloquente della
Chiesa di Cristo, la cui unità cattolica già commuoveva il grande Agostino e
lo induceva a mettere in guardia i « ramusculi » delle singole Chiese
particolari a non staccarsi « ex ipsa magna arbore quae ramorum suorum
porrectione toto orbe diffunditur ». Di questa unità noi sappiamo di essere
stati costituiti segno e strumento; ed è nostro proposito di dedicare ogni
energia alla sua difesa ed al suo incremento, in ciò incoraggiati dalla
consapevolezza di poter fare affidamento sull'azione illuminata e generosa di
ognuno di voi. Non intendiamo qui richiamare le grandi linee del nostro
programma, che sono a voi già note. Noi vorremmo soltanto riconfermare in
questo momento, insieme con tutti voi, l'impegno di una disponibilità totale
alle mozioni dello Spirito per il bene della Chiesa, che nel giorno
dell'elevazione alla porpora cardinalizia ognuno di noi promise di servire «
usque ad sanguinis effusionem ».
Venerabili
Fratelli, quando nello scorso sabato ci trovammo di fronte alla perigliosa
decisione di un « sì » che avrebbe posto sulle nostre spalle il formidabile
peso del ministero apostolico, qualcuno di voi ci sussurrò all'orecchio parole
di invito alla fiducia ed al coraggio. Ci sia lecito ora, fatti ormai Vicario di
Colui che lasciò a Pietro la consegna di « confirmare fratres », ci sia
lecito rivolgere a voi, che vi accingete a riprendere le vostre rispettive
mansioni ecclesiali, l'incoraggiamento a confidare con virile fermezza, pur nel
travaglio dell'ora presente, nell'immancabile aiuto di Cristo, il quale ripete
anche a noi, oggi, le parole pronunziate quando le tenebre della Passione si
addensavano ormai su di Lui e sul primo nucleo dei credenti: « Confidite, ego
vici mundum ».
Nel
Nome di Cristo e quale pegno della nostra paterna benevolenza, noi impartiamo
con effusione di sentimento a voi, ai vostri collaboratori ed a tutte le anime
affidate alla vostra cura pastorale le primizie della nostra propiziatrice
Benedizione Apostolica.
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ALLOCUZIONE
DI GIOVANNI PAOLO I
AL CORPO DIPLOMATICO PRESSO LA SANTA SEDE
Giovedì,
31 Agosto 1978
Excellenze, Signore, Signori,
Noi
ringraziamo vivamente il vostro degno interprete per le sue parole piene di
deferenza, meglio ancora, di benevolenza e di fiducia. Il primo moto dell’
animo nostro sarebbe quello di farvi partecipi della nostra confusione davanti a
queste parole che ci onorano e a questi sentimenti che ci confortano. Ma
sappiamo bene che questo omaggio e questo appello sono indirizzati, attraverso
la nostra persona, alla Santa Sede, alla sua missione altamente spirituale e
umana, alla Chiesa Cattolica, figli
della quale sono particolarmente desiderosi di edificare, con i loro fratelli,
un mondo più giusto e più armonioso.
Non
avevamo avuto ancora l’ onore di conoscervi. Finora, il nostro ministero è
stato circoscritto alle diocesi che ci erano state affidate e ai compiti
pastorali relativi, a Vittorio Veneto e a Venezia. Era già peraltro,
partecipazione a quello della Chiesa universale. Ma ormai, su questa Cattedra
dell’ Apostolo Pietro, la nostra missione è divenuta effettivamente
universale, e ci mette in rapporto, non solo con tutti i nostri figli cattolici,
ma anche con tutti i popoli, con i loro rappresentanti qualificati e,
specialmente, con i diplomatici dei paesi che hanno voluto stabilire relazioni
di tal genere con la Santa Sede.
A
questo titolo, siamo lietissimi di accogliervi qui, di esprimervi la nostra
stima e la nostra fiducia, la nostra comprensione per le vostre funzioni, lieti,
altresì, di salutare, attraverso le vostre persone, ciascuna delle nazioni che
rappresentate, alle quali noi guardiamo con rispetto, con simpatia, formulando
voti fervidi di progresso e di pace. Queste nazioni assumeranno una fisionomia
ancora più concreta a mano a mano e nella misura in cui noi ne incontreremo,
non solo i vescovi, ma anche i rappresentanti civili.
Ciascuno
di voi conosce quanto ha realizzato il nostro venerato Predecessore in questo
campo delle relazioni diplomatiche. Durante il suo pontificato, le missioni da
voi dirette si sono moltiplicate. Noi auspichiamo che tali relazioni siano
sempre più cordiali feconde, per il bene dei vostri concittadini, per il bene
della Chiesa nei vostri paesi, per il bene della concordia universale. Inoltre,
i rapporti che potete intrattenere fra voi, contribuiscono anche alla
comprensione e alla pace. Noi vi offriamo la nostra collaborazione sincera,
secondo i mezzi che ci sono propri.
Indubbiamente,
nell’ ambito delle sedi diplomatiche, la vostra funzione qui è “sui
generis”, come le missioni e le competenze della Santa Sede. Noi,
evidentemente, non abbiamo da scambiare alcun bene temporale, nessun interesse
economico da discutere. Le nostre possibilità di interventi diplomatici sono
limitate e particolari. Non intervengono negli affari puramente temporali,
tecnici e politici che spettano ai vostri governi. In tal senso, le nostre
rappresentanze diplomatiche presso le più alte autorità civili, lungi dall’
essere una sopravvivenza del passato, costituiscono, sia una testimonianza del
nostro rispetto per il potere temporale legittimo, sia dell’ interesse
vastissimo per le cause umane che quel potere civile è destinato a promuovere.
Analogamente, voi siete qui i portavoci dei vostri governi e i testimoni vigili
dell’ opera spirituale della Chiesa. Da una parte e dall’ altra, sussistono
presenza, rispetto, scambio, collaborazione, senza confusione di competenze.
I
nostri servizi, quindi, sono di due ordini. Può essere, se invitati, una
partecipazione della Santa Sede come tale, al livello dei vostri governi o delle
istanze internazionali, alla ricerca delle soluzioni miglori dei grandi problemi
in cui sono in gioco la distensione, il disarmo, la pace, la giustizia,
provvedimenti o soccorsi umanitari, lo sviluppo ... I nostri rappresentanti vi
intervengono, lo sapete, con parola libera e disinteressata. E’ una forma
apprezzabile di concorso o di aiuto reciproco che la Santa Sede ha la possibilità
di apportare, grazie al riconoscimento internazionale del quale gode, e alla
rappresentanza dell’ insieme del mondo cattolico che essa assicura. Noi siamo
pronti a continuare, in questo campo, l’ attività diplomatica e
internazionale già intrapresa, nella misura in cui la partecipazione della
Santa Sede si dimostri desiderata, fruttuosa e conforme ai mezzi nostri.
Ma
la nostra azione al servizio della comunità internazionale si colloca pure –
e diremmo sopratutto – su un altro piano che potrebbe esser definito più
specificatamente pastorale e che è proprio della Chiesa. Si tratta di
contribuire, con i documenti e gli impegni della Sede Apostolica e dei nostri
collaboratori in tutta la Chiesa, ad illuminare, a formare le coscienze, dei
cristiani prima di tutto, ma anche degli uomini di buona volontà – e, per
mezzo di essi, una più vasta opinione pubblica – sui principi fondamentali
che garantiscono una civiltà vera e una fratellanza reale fra i popoli :
rispetto del prossimo, della vita, della dignità di esso, sollecitudine per il
suo progresso spirituale e sociale, pazienza e volontà di riconciliazione nell’
edificazione tanto vulnerabile della pace, in una parola, tutti i diritti e i
doveri della vita in società e della vita internazionale, quali sono esposti
nella Costituzione conciliare Gaudium et Spes e in tanti messaggi del compianto
Papa Paolo VI. Con questi atteggiamenti che assumono o dovrebbero assumere per
la loro salvezza, nella logica dell’ amore evangelico, i fedeli cristiani
contribuiscono a trasformare, gradualmente, i rapporti umani, il tessuto sociale
e le istituzioni; essi aiutano i popoli e la comunità internazionale ad
assicurare meglio il bene comune e ad individuare il senso ultimo del loro
cammino in avanti.
I
vostri paesi cercano di costruire una civiltà moderna, mediante sforzi spesso
ingegnosi e generosi che si guadagnano tutta la nostra simpatia e i nostri
incoraggiamenti, in quanto siano conformi alle leggi morali iscritte dal
Creatore nel cuore umano. Ora, questa civiltà non ha bisogno, forse, di un’
energia spirituale nuova, d’ un amore senza frontiere, d’ una speranza ferma
? Ecco quanto, con tutta la Chiesa, e sulla linea del nostro Predecessore,
vogliamo contribuire a dare al mondo. Indubbiamente, noi siamo molto piccoli e
molto deboli per tutto ciò. Ma confidiamo nell’ aiuto di Dio. La Santa Sede
si impegnerà con tutte le sue forze. Questo merita il vostro interessamento.
Da
oggi, i nostri voti più cordiali vi accompagnino nella missione che vi
accingete a continuare presso noi, così come avete fatto presso Paolo VI. E
invochiamo su ciascuna delle vostre persone, delle vostre famiglie, su ciascuno
dei paesi che rappresentate e, su tutti i popoli del mondo, le benedizioni
abbondanti dell’ Altissimo.
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DISCORSO
DI GIOVANNI PAOLO I
AI RAPPRESENTANTI DELLA STAMPA INTERNAZIONALE
Venerdì
1° settembre 1978
Nota : il testo in neretto sono le parole che il Papa ha rivolto ai giornalisti lasciando da parte il testo scritto.
Egregi
Signori e cari figli,
Siamo
lieti di poter accogliere già nella prima settimana del Nostro Pontificato una
rappresentanza così qualificata e numerosa del « mondo » delle comunicazioni
sociali, riunita a Roma in occasione di due avvenimenti che, per la Chiesa
Cattolica e per il mondo intero, hanno avuto profondo significato: la morte del
Nostro compianto Predecessore Paolo VI, e il recente Conclave, nel quale è
stato imposto sulle Nostre umili e fragili spalle il formidabile peso del
servizio ecclesiale di sommo Pastore.
Questo
gradito incontro mi permette di ringraziarvi per i sacrifici e le fatiche che
avete affrontato durante questo mese nel servire l'opinione pubblica mondiale,
perché anche il vostro è un servizio, e molto importante, offrendo ai vostri
lettori, uditori e telespettatori, con la rapidità, la immediatezza richieste
dalla vostra responsabile e delicata professione, la possibilità di partecipare
a questi storici avvenimenti, alla loro dimensione religiosa, alla loro profonda
connessione con i valori umani e le attese della società di oggi.
Lo dico con tutta
sincerità. C’ è stato il cardinal Mercier che, a sua volta, diceva : “Se
venisse San Paolo, farebbe il giornalista. Pierre L’ Hermite de “La Croix”
di Parigi, gli ha risposto : “Eh, no, eminenza ! Se venisse San Paolo non
farebbe soltanto il giornalista. Farebbe il direttore della Reuter”. Ma, io
aggiungo oggi : non solo direttore della Reuter. Oggi, San Paolo andrebbe forse
da Paolo Grassi a domandargli un po’ di spazio alla televisione oppure alla
NBC.
Vogliamo
esprimervi in particolare la Nostra gratitudine per l'impegno da voi posto in
questi giorni, nel far meglio conoscere all'opinione pubblica la figura,
l'insegnamento, l'opera e l'esempio di Paolo VI e per l'attenta sensibilità con
cui avete cercato di cogliere e di tradurre nei vostri innumerevoli dispacci e
nei vostri ampi commenti, come anche nella moltitudine di immagini che avete
trasmesso da Roma, l'attesa di questa Città, della Chiesa Cattolica e di tutto
il mondo per un nuovo Pastore che assicurasse la continuità della missione di
Pietro.
La
sacra eredità lasciataci dal Concilio Vaticano II e dai Nostri Predecessori
Giovanni XXIII e Paolo VI, di cara e santa memoria, sollecita da Noi la promessa
di un'attenzione speciale, di una franca, onesta ed efficace collaborazione con
gli strumenti della comunicazione sociale, che voi qui degnamente rappresentate.
E' una promessa che volentieri vi facciamo, consapevoli come siamo della
funzione via via più importante che i mezzi della comunicazione sociale sono
andati assumendo nella vita dell'uomo moderno. Non Ci nascondiamo i rischi di
massificazione e di livellamento, che tali mezzi portano con sé, con le
conseguenti minacce per l'interiorità dell'individuo, per la sua capacità di
riflessione personale, per la sua obiettività di giudizio. Ma sappiamo anche
quali nuove e felici possibilità essi offrano all'uomo d'oggi, di meglio
conoscere ed avvicinare i propri simili, di percepirne più da vicino l'ansia di
giustizia, di pace, di fraternità, di instaurare con essi vincoli più profondi
di partecipazione, di intesa, di solidarietà in vista di un mondo più giusto
ed umano. Conosciamo, in una parola, la mèta ideale verso la quale ognuno di
voi, nonostante difficoltà e delusioni, orienta il proprio sforzo, quella cioè
di arrivare, attraverso la « comunicazione », ad una più vera ed appagante «
comunione ». E la mèta verso la quale aspira, come ben potete comprendere,
anche il cuore del Vicario di Colui, che ci ha insegnato ad invocare Dio come
Padre unico ed amoroso di ogni essere umano.
Prima
di dare a ciascuno di voi e alle vostre famiglie la mia speciale
Benedizione, che vorrei estendere a tutti i collaboratori degli Enti di
informazione che voi rappresentate, agenzie, giornali, radio e televisioni, vorrei
assicurarvi della stima che ho per la vostra professione e della cura che
porrò per facilitare la vostra nobile e difficile missione, nello
spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare « Inter Mirifica »,
specialmente dell' Istruzione Pastorale « Communio et Progressio ».
Se posso aggiungere una preghiera e una
vera preghiera, in occasione degli eventi di
maggior rilievo o della pubblicazione di importanti Documenti della Santa Sede,
voi spesso dovrete presentare la Chiesa, parlare della Chiesa, qualche volta
forse commentare il mio umile ministero; spero che lo facciate
con amore della verità, con rispetto della dignità umana, perché tale è lo
scopo di ogni comunicazione sociale.
Io
ho letto un po’ divertito, nel pre-conclave, gli articoli di qualche giornale,
scritto con retta intenzione, ma dico, un po’ divertito perché ... io ho
pensato solo a pregare il Signore che m’ illuminasse a dare il voto alla
persona giusta. Non c’ erano correnti. Non c’ erano ...
Vi assicuro. Non c’ era nulla di tutto questo. Scritti con buona intenzione ma
con un’ altra visuale. Bisognerebbe entrare nella visuale della Chiesa quando
si parla della Chiesa. Mi sono ricordato di un episodio della storia del
giornalismo italiano : si trattava di Baldasarre Avanzini, allora direttore del
“Fanfulla”. Eravamo ai tempi della Guerra Franco-Prussiana. E lui, ai suoi
reporters, dava questa direttiva : “Al pubblico non interessa sapere quello
che Napoleone III ha detto a Gugliermo di Prussia ! Interessa sapere se aveva i
calzoni bigi o rossi; se fumava o no la sigaretta”.
Io ho avuto ... l’ impressione che, a volte, i giornalisti
si attardino su cose del tutto secondarie nelle cose di Chiesa. Bisognerebbe colpire
il centro. Quelli che sono i veri problemi della Chiesa. Sarebbe anche allora
una funzione educatrice del vostro pubblico che vi legge, vi ascolta o vi
guarda. Pertanto, vi chiedo sinceramente, vi prego anzi ! di voler contribuire anche voi a salvaguardare nella società odierna
quella profonda considerazione per le cose di Dio e per il misterioso rapporto
tra Dio e ciascuno di noi, che costituisce la dimensione sacra della realtà
umana. Vogliate comprendere le ragioni profonde per cui il Papa, la Chiesa e i
suoi Pastori devono talvolta chiedere, nell'espletamento del loro servizio
apostolico, spirito di sacrificio, di generosità, di rinuncia per edificare un
mondo di giustizia, di amore, di pace.
Nella
certezza di conservare anche nel futuro il legame spirituale iniziato con questo
incontro, vi concediamo di gran cuore la Nostra Apostolica Benedizione.
Ed
ecco il testo dell'indirizzo d'omaggio rivolto al Santo Padre da Monsignor
Deskur
Beatissimo
Padre,
A
nome della Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali ho l'onore di
presentare a Vostra Santità i qui presenti eccezionalmente numerosi e
qualificati giornalisti e operatori dell'informazione televisiva, radiofonica e
fotografica, provenienti da tutti gli angoli della terra, i quali, accolti ed
assistiti dalla Sala Stampa della Santa Sede, dal Servizio Audiovisivo della
Commissione stessa e dalla Radio Vaticana, hanno cercato di assolvere il
difficile compito di far partecipare l'opinione pubblica mondiale ai luttuosi
avvenimenti della morte e dei funerali del Vostro compianto Predecessore Paolo
VI, e poi alla trepida attesa per l'elezione del nuovo Successore di Pietro, al
gioioso annuncio « habemus Papam »ed infine, al solenne inizio del Vostro
Supremo Ministero.
Grazie
alle loro corrispondenze da Roma le pagine di tutti i giornali, gli schermi
delle televisioni e le voci delle radio di tutto il mondo hanno potuto offrire
l'immagine e la figura del nuovo Papa, diffondendo il Suo primo Messaggio, i
Suoi primi insegnamenti, il sempre nuovo Annuncio del Vangelo di Cristo.
Essi
non volevano, né potevano ripartire da Roma senza aver visto da vicino Giovanni
Paolo I, senza aver ascoltato una Sua prima parola indirizzata proprio a loro,
senza aver chiesto una delle Sue prime Benedizioni per la loro difficile e
responsabile professione, per i loro collaboratori, per le loro famiglie.
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DEL MINISTERO DI SUPREMO PASTORE
Domenica,
3 settembre 1978
Venerabli Fratelli e Figli carissimi,
In
questa sacra celebrazione, con la quale diamo solenne inizio al ministero di
Supremo Pastore, posto sulle nostre spalle, il primo pensiero adorante ed orante
si rivolge a Dio, infinito ed eterno, il quale, con una sua decisione umanamente
inesplicabile e con la sua benignissima degnazione, Ci ha elevato alla Cattedra
del beato Pietro. Ci salgono spontanee alle labbra le parole di San Paolo : “O
profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio ! Quanto sono
incompresibili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie “ (Rom. 11, 33).
Il nostro pensiero si rivolge quindi con paterno ed
affettuoso saluto, a tutta la Chiesa di Cristo : a questa assemblea, che quasi
la rappresenta in questo luogo – carico di pietà, di religione e di arte –
che custodisce gelosamente la tomba del Principe degli Apostoli; quella Chiesa
poi che ci vede e ci ascolta in quest’ ora attraverso i moderni strumenti
della comunicazione sociale.
Salutiamo tutti i membri del Popolo di Dio : i Cardinali,
i Vescovi, i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Missionari, i Seminaristi,
i Laici impegnati nell’ apostolato e nelle varie professioni, gli uomini della
polittica, della cultura, dell’ arte, dell’ economia, i padri e le madri di
famiglia, gli operai, i migranti, i giovani e le giovani, i bambini, gli
ammalati, i sofferenti, i poveri.
Ma vogliamo anche rivolgere il nostro rispettoso e
cordiale salutto a tutti gli uomini del mondo, che Noi consideriamo ad amiamo
come fratelli, perché figli dello stesso Padre Celeste, e fratelli tutti in Gesù
Cristo (cfr. Mt. 23, 8 s.)
Abbiamo voluto iniziare questa nostra omelia in latino,
perché – come è noto – esso è la lingua ufficiale della Chiesa, della
quale esprime, in maniera palmare ed efficace, l’ universalità e l’ unità.
La parola di Dio, che abbiamo or ora ascoltato, quasi in
un crescendo, ci ha presentato anzitutto la Chiesa, prefigurata ed intravista
dal profeta Isaia (cfr. Is.2, 2-5), come il nuovo Tempio, al quale affluiscono
da tutte le parti, le genti desiderose di conoscere la Legge di Dio e di
osservarla docilmente, mentre le terribili armi di guerra sono trasformate in
strumenti di pace. Ma questo nuovo tempio misterioso, polo di attrazione della
nuova umanità, ci ricorda San Pietro, ha una sua pietra angolare, viva, scelta,
preziosa (cfr. 1 Pt. 2, 4-9), che è Gesù risorto, il quale ha fondato la sua
Chiesa sugli Apostoli e l’ ha edificata sul beato Pietro, loro capo (cfr. Cost.
dogm. Lumen Gentium, 19).
“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia
Chiesa” (Mt. 16, 18) : sono le parole gravi e solenni che Gesù, a Cesarea di
Filippo, rivolge a Simone, figlio di Giovanni, dopo la professione di fede, che
non è stata il prodotto della logica umana del pescatore di Betsaida, o l’
espressione di una sua particolare perspicacia o l’ effetto di una sua mozione
psicologica, ma frutto misterioso e singolare di una autentica rivelazione del
Padre Celeste. Gesù muta a Simone
il nome in Pietro, significando con questo il conferimento di una speciale
missione; gli promette di edificare su di lui la propria Chiesa, la quale non
sarà travolta dalle forze del male o della morte; gli conferisce le chiavi del
regno di Dio, nominandolo così massimo responsabile della sua Chiesa, e gli dà
il potere d’ interpretare autenticamente la legge divina. Dinanzi a questi
privilegi o, per meglio dire, dinanzi a questi compiti sovrumani affidati a
Pietro, S. Agostino ci avverte : “Pietro, per natura, era semplicemente un
uomo; per grazia, un cristiano; per una grazia ancora più abbondante, uno e,
nello stesso tempo, il primo degli Apostoli” (S. Agostino, In Ioannis Evang. tract., 124, 5 : PL 35, 1973).
Con attonita e comprensibile trepidazione, ma anche con
immensa fiducia nella potente grazia di Dio e nella ardente preghiera della
Chiesa, abbiamo accettato di diventare il Successore di Pietro nella sede di
Roma, assumendo il “giogo”, che Cristo ha voluto porre sulle nostre fragili
spalle. E ci par di sentire come indirizzate a Noi, le parole che S. Efrem fa
rivolgere da Cristo a Pietro : “Simone, mio apostolo, io ti ho costituito
fondamento della Santa Chiesa. O ti ho chiamato già, da prima, Pietro perché
tu sosterrai tutti gli edifici; tu sei il sovraintendente di coloro che
edificheranno la Chiesa sulla terra; ... tu sei la sorgente della fonte, da cui
si attinge la mia dottrina; tu sei il capo dei miei apostoli; ... ti ho dato le
chiavi del mio regno” (Sant’ Efrem, Sermones
in hebdomandam sanctam, 4, 1 : Lamy T. J., S.
Ephraem Syri hymmi et sermones, 1, 412).
Fin dal primo momento della nostra elezione e nei giorni
immediatamenti successivi, siamo stati profondamente colpiti ed incoraggiati
dalle manifestazioni di affetto dei nostri figli di Roma ed anche di coloro che,
da tutto il mondo, ci fan pervenire l’ eco della loro incontenibile esultanza
per il fatto che ancora una volta Dio ha donato alla Chiesa il suo Capo visibile.
Riecheggiano spontanee nel nostro animo, le commosse parole che il nostro grande
e santo Predecessore, S. Leone Magno, rivolgeva ai fedeli romani : “Non cessa
di presiedere alla sua sede il beatissimo Pietro, ed è stretto all’ eterno
Sacerdote in una unità che non viene mai meno ... E perciò tutte le
dimostrazioni d’ affetto, che per degnazione fraterna o pietà filiale avete
rivolto a Noi, riconoscete, con maggiore devozione e verità, di averle con me
rivolte a colui, alla cui sede noi godiamo non tanto di presiedere, quanto di
servire” (S. Leone Magno, Sermo V,
4-5 : PL 54, 155-156).
Si la nostra presidenza nella carità è un servizio ed
affermandolo Noi pensiamo, non soltanto ai nostri Fratelli e Figli cattolici, ma
a tutti coloro che cercano anche di essere discepoli di Gesù Cristo, di onorare
Dio, di lavorare per il bene dell’ umanità.
In questo senso, Noi indirizziamo un saluto affettuoso e
riconoscente alle Delegazioni delle altre Chiese e Comunità eclesiali, che sono
qui presenti. Fratelli non ancora in piena comunione, ci volgiamo insieme verso
il Cristo Salvatore, progredendo gli uni e gli altri nella santità in cui Egli
ci vuole, ed insieme nel vicendevole amore senza il quale non c’ è
cristianesimo, preparando le vie della unità nella fede, nel rispetto della sua
Verità e del Ministero che Egli ha affidato, per la sua Chiesa, ai suoi
Apostoli e ai loro Successori.
Inoltre, Noi dobbiamo rivolgere un saluto particolare ai
Capi di Stato e ai Membri delle Missioni Straordinarie. Siamo molto commossi
della vostra presenza, sia che voi siate a capo degli alti destini del vostro
Paese, sia che voi rappresentiate i vostri Governi o Organizzazioni
Internazionali, che Noi vivamente ringraziamo. Vediamo in tale partecipazione la
stima e la fiducia che voi portate alla Santa Sede e alla Chiesa, umile
messaggera del Vangelo a tutti i popoli della terra, per aiutare a creare un
clima di giustizia, di fraternità, di solidarietà e di speranza, senza il
quale il mondo non potrebbe vivere.
Tutti, qui, grandi e piccoli, siano assicurati della
nostra disponibilità a servirli secondo lo Spirito del Signore !
Circondati dal vostro amore e sostenuti dalla vostra
preghiera, iniziamo il nostro servizio apostolico invocando come splendida
stella del nostro cammino la Madre di Dio, Maria, “Salus Populi Romani” e
“Mater Ecclesiae”, che la Liturgia venera, in modo particolare, in questo
mese di settembre. La Vergine, che ha guidato con delicata tenerezza la nostra
vita di fanciullo, di seminarista, di sacerdote e di Vescovo, continui ad
illuminare e a dirigere i nostri passi, perché, fatti voce di Pietro, con gli
occhi e la mente fissi al suo Figlio, Gesù, proclamiamo nel mondo, con gioiosa
fermezza, la nostra professione di fede : “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio
vivente” (Mt. 16, 18). Amen.
DISCORSO DEL
SANTO PADRE ALLE MISSIONI SPECIALI
PRESENTI PER
L’ INIZIO DEL PONTIFICATO
Lunedì,
4 settembre 1978
Eccellenze, Signore, Signori,
Durante
la celebrazione di ieri, non potevamo avere per voi che un breve saluto. Oggi,
vogliamo esprimervi la gioia, l’ emozione, l’ onore che ci procura la vostra
partecipazione all’ apertura del nostro Pontificato. Sentiamo per voi, per i
vostri Paesi e per le Organizzazioni che rappresentate, una profonda gratitudine.
Questo
omaggio di tante Nazioni è molto incoraggiante. Non che la nostra persona l’
abbia meritata : ieri non eravamo che un prete e un vescovo di una provincia
d’ Italia, che consacrava tutte le sue forze e le sue capacità all’ opera
di apostolato affidatogli. Ed ecco che oggi siamo chiamati alla Cattedra dell’
Apostolo Pietro. Siamo eredi della sua grande missione verso tutte le Nazioni,
di quella missione che egli ha ricevuto per pura grazia, dalle mani di Nostro
Signore Gesù Cristo, il quale, secondo la fede cristiana, è Figlio di Dio e
Salvatore del mondo. Pensiamo spesso a questa frase dell’ Apostolo Paolo :
“Questo tesoro lo portiamo in vasi di argilla, poiché si veda bene che questo
straordinario potere appartiene a Dio e non proviene da noi” (2 Cor. 4, 7).
Fortunatamente non siamo soli : agiamo in comunione con i Vescovi della Chiesa
Cattolica di tutto il mondo.
Ciò
che ci dà gioia, è che, al di là della benevolenza per la nostra persona, il
vostro omaggio manifesta ai nostri occhi l’ attrattiva continua e affascinante
che esercitano il Vangelo e le cose di Dio sul nostro universo; tale omaggio
esprime la stima e la fiducia che quasi tutte le Nazioni rivolgono alla Chiesa e
alla Santa Sede, alle loro attività multiformi nel campo propriamente
spirituale, così come al servizio della giustizia, dello sviluppo e della pace.
Aggiungiamo che l’ azione degli ultimi Papi, in particolare del nostro
venerato Predecessore Paolo VI, ha contribuito a diffonderle sul piano
internazionale.
Quanto
a noi, siamo pronti a proseguire, secondo le nostre possibilità, quest’ opera
disinteressata, e a sostenere quanti vi s’ impegnano. Anche se non conosciamo
personalmente tutti i vostri Paesi, e se sfortunatamente non possiamo rivolgerci
a ciascuno di voi nella vostra lingua madre, il nostro cuore è aperto a tutti i
popoli, a tutte le razze, augurando a ciascuno di trovare il proprio posto nel
contesto delle Nazioni e di mettere a frutto il dono che Dio gli ha dato, nella
pace e mediante la comprensione e la solidarietà reciproche. Niente di ciò che
è veramente umano sarà estraneo
a noi. Certo, non abbiamo soluzioni miracolistiche per i grandi problemi
mondiali. Tuttavia, possiamo portare qualcosa di veramente prezioso : uno
spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione
essenziale, quella della carità universale e dell’ apertura ai valori
trascendenti, vale a dire, l’ apertura a Dio. Proveremo a svolgere questo
servizio con un linguaggio semplice, chiaro, fiducioso.
Permetteteci,
ora, di far affidamento sulla vostra amabile collaborazione. Noi ci auguriamo,
in primo luogo, che le comunità cristiane possano godere sempre nei vostri
Paesi, del rispetto e della libertà ai quali ha diritto ogni coscienza
religiosa, e che un giusto spazio sia dato al loro contributo nella ricerca del
bene comune. Siamo sicuri che voi continuerete anche ad accogliere con favore le
iniziative della Santa Sede, quando si propone di servire la comunità internazionale,
di ricordare le esigenze di una convivenza sana, di difendere i diritti e la
dignità di tutti gli uomini, specialmente, dei deboli e delle minoranze.
Grazie
ancora per la vostra visita. Di tutto cuore, invochiamo l’ assistenza
di Dio su voi, sui vostri Paesi e sulle Organizzazioni che rappresentate. Che
Dio conservi i nostri spiriti illuminati e i nostri cuori nella pace nei momenti
di grande responsabilità.
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DISCORSO DI
GIOVANNI PAOLO I
AL CLERO ROMANO
Giovedì
7 settembre 1978
Ringrazio
vivamente il Cardinal Vicario per gli auguri, che mi ha rivolto a nome di tutti
i presenti. So di quanto fedele e valido aiuto egli sia stato al mio
indimenticabile Predecessore: spero che voglia continuare la stessa
collaborazione per me. Saluto affettuosamente Monsignor Vicegerente, i Vescovi
Ausiliari, gli Ufficiali dei vari Centri e Uffici del Vicariato, poi tutti i
singoli sacerdoti in cura d'anime nell'ambito della Diocesi e del suo Distretto:
i parroci in primo luogo, i loro Cooperatori, i Religiosi e, attraverso essi, le
Famiglie cristiane e i Fedeli.
Secondo
il Vangelo
Forse
avrete notato che, già parlando ai Cardinali nella Cappella Sistina, ho
accennato alla « grande disciplina della Chiesa » da « conservare nella vita
dei sacerdoti e dei fedeli ». Su questo argomento parlò spesso il mio venerato
Predecessore; su di esso mi permetto di intrattenermi con voi brevissimamente in
questo primo incontro con confidenza di fratello.
C'è
la disciplina « piccola », che si limita all'osservanza puramente esterna e
formale di norme giuridiche. Io vorrei, invece, parlare della disciplina «
grande ». Questa esiste soltanto, se l'osservanza esterna è frutto di
convinzioni profonde e proiezione libera e gioiosa di una vita vissuta
intimamente con Dio. Si tratta - scrive l'abate Chautard - dell'attività di
un'anima, che reagisce continuamente per dominare le sue cattive inclinazioni e
per acquistare un po' alla volta l'abitudine di giudicare e comportarsi in tutte
le circostanze della vita secondo le massime del Vangelo e gli esempi di Gesù.
« Dominare le inclinazioni » è disciplina. La frase « un po' alla volta »
indica disciplina, che richiede sforzo continuato, lungo, non facile. Perfino
gli angeli visti in sogno da Giacobbe non volavano, ma facevano uno scalino per
volta; figuriamoci noi, che siamo poveri uomini privi di ali.
La
« grande » disciplina richiede un clima adatto. E, prima di tutto, il
raccoglimento. Mi è toccato, una volta, di vedere alla stazione di Milano un
facchino, che, appoggiata la testa ad un sacco di carbone addossato a un
pilastro, dormiva beatamente... I treni partivano fischiando e arrivavano
cigolando con le ruote; gli altoparlanti davano continui avvisi frastornanti; la
gente andava e veniva con brusio e rumore, ma lui - continuando a dormire -
pareva dicesse: « Fate quel che vi pare, ma io ho bisogno di star quieto ».
Qualcosa di simile dovremmo fare noi sacerdoti: attorno a noi c'è continuo
movimento e parlare di persone, di giornali, di radio e televisione. Con misura
e disciplina sacerdotale dobbiamo dire: « Oltre certi limiti, per me, che sono
sacerdote del Signore, voi non esistete; io devo prendermi un po' di silenzio
per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al mio Dio ».
E
sentire il loro sacerdote abitualmente unito a Dio è, oggi, il desiderio di
molti buoni fedeli. Essi ragionano come l'avvocato di Lione, reduce da una
visita al Curato d'Ars. « Cosa avete visto ad Ars? » gli fu chiesto. Risposta:
« Ho visto Dio in un uomo ». Analoghi i ragionamenti di S. Gregorio Magno.
Egli auspica che il pastore d'anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli
uomini e dialoghi con gli uomini senza dimenticare Dio. E continua: eviti il
pastore la tentazione di desiderare di essere amato dai fedeli anziché da Dio o
di essere troppo debole per timore di perdere l'affetto degli uomini; non si
esponga al rimprovero divino: « Guai a quelli, che applicano cuscini a tutti i
gomiti ». « Il pastore - conclude - deve bensì cercare di farsi amare, ma
allo scopo di farsi ascoltare, non di cercare quest'affetto per utile proprio ».
I
sacerdoti, in un certo grado, sono tutti guide e pastori, ma hanno poi tutti la
giusta idea di quello che comporta veramente essere pastore di una Chiesa
particolare, ossia Vescovo? Gesù, pastore supremo, di sé, da una parte, ha
detto: « Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra », dall'altra ha
soggiunto: « Son venuto per servire » ed ha lavato i piedi ai suoi Apostoli.
In lui andavano dunque insieme potere e servizio. Qualcosa di simile va detto
degli Apostoli e dei Vescovi. « Praesumus - diceva Agostino - si prosumus »;
noi Vescovi presiediamo, se serviamo: è giusta la nostra presidenza se si
risolve in servizio o si svolge a scopo di servizio, con spirito e stile di
servizio. Questo servizio episcopale, però, verrebbe a mancare, se il Vescovo
non volesse esercitare i poteri ricevuti. Diceva ancora Agostino: « il Vescovo,
che non serve il pubblico (predicando, guidando), è soltanto foeneus
custos, uno spaventapasseri messo nei vigneti, perché gli uccelli non
becchino le uve ». Per questo è scritto nella « Lumen Gentium »: « I
Vescovi governano... con il consiglio, la persuasione, l'esempio, ma anche con
l'autorità e la sacra potestà ».
Il
servizio pastorale
Altra
componente della disciplina sacerdotale è l'amore del proprio posto. Lo so: non
è facile amare il posto e rimanervici quando le cose non vanno bene, quando si
ha l'impressione di non essere compresi o incoraggiati, quando inevitabili
confronti con il posto dato ad altri ci spingerebbero a farci mesti e
scoraggiati. Ma non lavoriamo per il Signore? L'ascetica insegna: guarda non a
chi obbedisci, ma per Chi obbedisci.
Soccorre poi la riflessione. Io sono Vescovo da vent'anni: parecchie volte ho
sofferto per non poter premiare qualcuno, che veramente meritava; ma, o mancava
il posto premio o non sapevo come sostituire la persona o sopravvenivano
circostanze avverse. D'altra parte, ha scritto S. Francesco di Sales: « Non c'è
nessuna vocazione che non abbia le sue noie, le sue amarezze, i suoi disgusti. A
parte quelli che sono pienamente rassegnati alla volontà di Dio, ognuno
vorrebbe cambiare la propria condizione con quella degli altri. Quelli che sono
Vescovi non vorrebbero esserlo; quelli che sono sposati vorrebbero non esserlo e
quelli che non lo sono vorrebbero esserlo. Da dove viene questa generale
inquietudine degli spiriti, se non da una certa allergia che noi abbiamo alla
costrizione e da uno spirito non buono, il quale ci fa supporre che gli altri
stiano meglio di noi? ».
Ho
parlato dimesso e ve ne chiedo scusa. Posso tuttavia assicurarvi che da quando
sono diventato vostro Vescovo vi amo molto. Ed è con il cuore pieno d'amore che
vi impartisco la Benedizione Apostolica.
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DISCORSO AD UN
GRUPPO DI VESCOVI DEGLI STATI UNITI
IN VISITA
“AD LIMINA APOSTOLORUM”
Giovedì, 21 settembre 1978
Cari
fratelli in Cristo,
E’
un vero piacere per noi incontrare, per la prima volta, un gruppo di Vescovi
Americani nella loro visita ad limina. Diamo a voi il benvenuto con tutto il
cuore; desideriamo che vi sentiate a casa, che gustiate la gioia di stare
insieme in famiglia. E’ nostro grande desiderio in questo momento confermare
voi tutti nella fede e nel vostro ministero al servizio del popolo di Dio;
desideriamo che sia vivo il ministero di Pietro nella Chiesa.
Dal
momento della nostra elezione a Pontefice, abbiamo studiato con particolare
attenzione i saggi insegnamenti che il nostro amato predecessore, Paolo VI, ha
dato, all’ inizio di quest’ anno ai Vescovi degli Stati Uniti sui temi del
Ministero di Riconciliazione della Chiesa, della difesa della vita e dell’
incoraggiamento alla devozione all’ Eucaristia. Questi insegnamenti sono anche
i nostri; vogliamo qui riconfermare l’ appoggio ed il sostegno che lui vi ha
dato in quei discorsi.
Anche
se siamo nuovi nel Pontificato – solo agli inizi – noi desideriamo toccare
argomenti di attualità che incidono profondamente sulla vita della Chiesa e che
saranno i capisaldi del nostro ministero episcopale. Punto di partenza, secondo
noi, è la famiglia cristiana. La famiglia cristiana è tanto importante, ed il
suo ruolo così fondamentale per la trasformazione del mondo e l’ edificazione
del Regno di Dio, che il Concilio l’ ha definita “Chiesa domestica”
(Lumen Gentium, 11).
Non
stanchiamoci mai di considerare la famiglia come una comunità di amore : l’
amore coniugale unisce la coppia e genera nuove vite : è il riflesso dell’
amore divino e, secondo la “Gaudium et Spes”, fa parte dell’ alleanza di
amore fra Cristo e la sua Chiesa (n. 48). A tutti noi è stata conferita la
grazia di nascere in questa comunità di amore; sarà facile per noi sostenerne
i valori.
Dobbiamo
essere quindi il sostegno dei genitori nel ruolo di educatori della propria
prole – la prima e migliore catechesi. Come è grande il loro compito :
insegnare ai figli l’ amore di Dio, far sì che questo amore diventi per loro
una cosa reale. E quante famiglie, sostenute dalla Grazia, svolgono facilmente
il loro compito di primum seminarium (Optatam
Totius, 2); il seme di una vocazione sacerdotale si nutre con la preghiera della
famiglia, l’ esempio della fede e il sostegno dell’ amore.
Che cosa meravigliosa quando le famiglie prendono coscienza della propria forza nella santificazione dei coniugi e nella reciproca influenza fra genitori e figli. Inoltre, grazie alla testimonianza di amore delle loro vite, le famiglie possono portare agli altri lo Spirito di Cristo. Una delle grandi eredità del Concilio Vaticano II è stata la partecipazione dei laici – sopratutto, delle famiglie – alla missione salvifica della Chiesa. Non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per questo dono.
E’
nostro compito mantenere viva questa conquista del Concilio, sostenendo e
tutelando la famiglia. Il nostro stesso ministero diventa così vitale :
predicare il mondo di Dio e celebrare i sacramenti. E’ da loro che il nostro
popolo trae la sua forza e la sua gioia. E’ nostro compito, inoltre,
fortificare le famiglie nella fedeltà alla legge di Dio e della Chiesa. Non
dobbiamo avere alcun timore nel proclamare le esigenze del mondo di Dio, perché
Cristo è con noi e dice oggi come allora : “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lu
10, 16). Un’ importanza particolare riveste l’ indissolubilità del matrimonio cristiano; anche se questa parte del nostro messaggio è difficile,
dobbiamo proclamarla con convinzione, perché è parola di Dio e mistero della
fede. Ma, allo stesso tempo, siamo vicini al nostro popolo, ai suoi problemi e
alle sue difficoltà. Deve sempre sapere che noi lo amiamo.
Oggi
desideriamo esprimere il nostro compiacimento ed il nostro apprezzamento per
tutti gli sforzi fatti per tutelare e proteggere la famiglia, così come Dio
l’ ha creata e come Dio la desidera. Le famiglie cristiane di tutto il mondo
si impegnano a rispondere alla loro meravigliosa vocazione e noi siamo vicini a
tutte. I sacerdoti ed i religiosi si prodigano per assisterle e proteggerle.
Tutti questi sforzi meritano la più alta considerazione. Un nostro speciale
incoraggiamento va a coloro che aiutano le coppie a prepararsi al matrimonio
cristiano, rendendole partecipi degli insegnamenti della Chiesa e degli ideali
più alti della famiglia. Desideriamo aggiungere una particolare parola di
apprezzamento per coloro, sopratutto sacerdoti, che prestano la loro opera
generosa ed instancabile nei tribunali ecclesiastici, fedeli all’ insegnamento
della Chiesa, per salvaguardare il vincolo matrimoniale, per dare testimonianza
della sua indissolubilità secondo l’ insegnamento di Gesù, e per assistere
le famiglie nei momenti di necessità.
La
santità della famiglia cristiana è certamente il mezzo più idoneo a produrre
quel sereno rinnovamento della Chiesa che il Concilio così ardentemente auspica.
Grazie
alla preghiera della famiglia l‘ ecclesia
domestica diventa una realtà effettiva e porta alla trasformazione del
mondo. L’ impegno dei genitori nell’ infondere l’ amore di Dio nei figli,
sostenendoli con l’ esempio, è la più alta forma di apostolato del XX secolo.
Ai genitori che si trovano ad affrontare problemi particolari va tutta la nostra
sollecitudine pastorale e tutto il nostro amore.
Cari fratelli, desideriamo che voi sappiate qual’ è l’ ordine di precedenza dei nostri compiti. Facciamo tutto il possibile per la famiglia cristiana, così che il nostro popolo possa rispondere alla sua grande vocazione di gioia cristiana e possa prender parte intimamente ed efficacemente alla missione salvifica della Chiesa – che è missione di Cristo. Sappiate che vi siamo vicini nell’ amore del Signore Gesù e di cuore vi impartiamo la nostra Benedizione Apostolica.
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DISCORSO DI
GIOVANNI PAOLO I
AL SINDACO DI ROMA
Sabato
23
settembre 1978
Onorevole Signor Sindaco,
Le sono vivamente grato per
queste espressioni deferenti e sincere che Ella, facendosi interprete dei
Colleghi della pubblica Amministrazione e dell'intera Cittadinanza Romana, ha
voluto rivolgermi durante l'itinerario che dalla residenza Vaticana mi porta
alla Cattedrale di San Giovanni in Laterano.
Questa sosta intermedia ai piedi
del colle del Campidoglio ha per me un particolare significato non soltanto per
il carico di memorie storiche che qui s'intrecciano e congiuntamente interessano
la Roma civile e la Roma cristiana, ma anche perché mi consente un primo,
diretto contatto con i Responsabili della vita cittadina e del suo retto
ordinamento. Essa è, perciò, un'occasione propizia per porger loro il mio
cordiale e beneaugurante saluto.
I problemi dell'Urbe, ai quali
con motivata preoccupazione Ella ha accennato, mi trovano particolarmente
attento e sensibile in ragione della loro urgenza, della loro gravità e,
soprattutto, dei disagi e dei drammi umani e familiari, di cui non di rado sono
il segno manifesto. Come Vescovo della Città, ch'è la sede primigenia del
ministero pastorale affidatomi, più acutamente sento riflesse nel cuore queste
sofferte esperienze, e sono da esse sollecitato alla disponibilità, alla
collaborazione, a quell'apporto di ordine morale e spirituale, quale corrisponde
alla specifica natura del mio servizio, per poterle almeno alleviare. Questo
dico, oltre che a titolo personale, anche a nome dei figli della Chiesa di Dio
qui in Roma: dei Vescovi miei collaboratori, dei sacerdoti e dei religiosi, dei
membri delle associazioni cattoliche e dei singoli fedeli, in vario modo
impegnati nell'azione pastorale, educativa, assistenziale, scolastica.
La speranza, di cui ho con
piacere sentito l'eco nel suo cortese indirizzo, è per noi credenti - come ho
ricordato nell'udienza generale di mercoledì scorso - una virtù obbligatoria
ed è un dono eletto di Dio. Valga essa a ridestare in ciascuno di noi e, come
confido, in tutti i Concittadini di buona volontà, energie e propositi; valga
ad ispirare iniziative e programmi, perché quei problemi abbiano la conveniente
soluzione, e Roma resti fedele, nei fatti, a quegli ideali inconfondibilmente
cristiani che si chiamano fame e sete di giustizia, attivo contributo alla pace,
superiore dignità del lavoro umano, rispetto ed amore per i fratelli,
solidarietà a tutta prova verso quelli più deboli.
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OMELIA PER LA
“PRESA DI POSSESSO”
DELLA BASILICA
DI SAN GIOVANNI IN LATERANO
Sabato
23 settembre 1978
Ringrazio di
cuore il Cardinale Vicario per le delicate parole, con le quali - anche a nome
del Consiglio Episcopale, del Capitolo Lateranense, del Clero, dei Religiosi,
delle Religiose e dei fedeli - ha voluto esprimere la devozione ed i propositi
di fattiva collaborazione nella diocesi di Roma. Prima testimonianza concreta di
questa collaborazione vuol essere la somma ingente raccolta tra i fedeli della
diocesi e messa a mia disposizione per provvedere di chiesa e di strutture
parrocchiali una borgata periferica della Città, ancora priva di questi
essenziali sussidi comunitari di vita cristiana. Ringrazio veramente commosso.
1. Il maestro
delle cerimonie ha scelto le tre letture bibliche per questa solenne liturgia.
Le ha giudicate adatte ed io cerco di spiegarvele.
La prima
lettura (Is. 60, 1-6) può venir riferita a Roma. È noto a tutti che il Papa in
tanto acquista autorità su tutta la Chiesa in quanto è vescovo di Roma,
successore cioè, in questa città, di Pietro. Ed in grazia specialmente di
Pietro, la Gerusalemme di cui parlava Isaia, può essere considerata una figura,
un preannuncio di Roma. Anche di Roma, in quanto sede di Pietro, luogo del suo
martirio e centro della Chiesa cattolica, si può dire: « sopra di te,
risplenderà il Signore e la Sua gloria si manifesterà... i popoli cammineranno
alla tua luce » (Is. 60, 2). Ricordando i pellegrinaggi degli Anni Santi e
quelli che continuano a svolgersi negli anni normali con costante afflusso, si
può, col profeta, apostrofare Roma così: « Gira intorno gli occhi e
guarda:... figli vengono a te da lontano... si riverserà sopra di te la
moltitudine delle genti del mare e le schiere dei popoli verranno a te » (Is.
60, 4-5). È un onore questo per il Vescovo di Roma e per voi tutti. Ma è anche
una responsabilità. Troveranno, qui, i pellegrini un modello di vera comunità
cristiana? Saremo capaci, noi, con l'aiuto di Dio, vescovo e fedeli, di
realizzare qui le parole di Isaia scritte sotto quelle citate prima, e cioè: «
non si udrà più parlare di violenza nella tua terra... il tuo sarà un popolo
tutto di giusti »? (Is. 60, 18.21).
Pochi minuti
fa il Prof. Argan, sindaco di Roma, mi ha rivolto un cortese indirizzo di saluto
e di augurio. Alcune delle sue parole m'hanno fatto venire in mente una delle
preghiere, che fanciullo, recitavo con la mamma. Suonava così: « i peccati,
che gridano vendetta al cospetto di Dio sono... opprimere i poveri, defraudare
la giusta mercede agli operai ». A sua volta, il parroco mi interrogava alla
scuola di catechismo: « I peccati, che gridano vendetta al cospetto di Dio,
perché sono dei più gravi e funesti? ». Ed io rispondevo col Catechismo di
Pio X: « ... perché direttamente contrari al bene dell'umanità e odiosissimi
tanto che provocano, più degli altri, i castighi di Dio » (Catechismo di San Pio X, n. 154). Roma sarà una vera comunità
cristiana, se Dio vi sarà onorato non solo con l'affluenza dei fedeli alle
chiese, non solo con la vita privata vissuta morigeratamente, ma anche con
l'amore ai poveri. Questi - diceva il diacono romano Lorenzo - sono i veri
tesori della Chiesa; vanno, pertanto, aiutati, da chi può, ad avere e ad essere
di più senza venire umiliati ed offesi con ricchezze ostentate, con denaro
sperperato in cose futili e non investito - quando possibile - in imprese di
comune vantaggio.
2. La seconda
lettura (Hebr. 13, 7-8; 15-17; 20-21) adatta ai fedeli di Roma. L'ha scelta,
come ho detto, il Maestro delle cerimonie. Confesso che parlando essa di
obbedienza, mi mette un po' in imbarazzo. È così difficile, oggi, convincere,
quando si mettono a confronto i diritti della persona umana con i diritti
dell'autorità e della legge! Nel libro di Giobbe viene descritto un cavallo da
battaglia: salta come una cavalletta e sbuffa; scava con lo zoccolo la terra,
poi si slancia con ardore; quando la tromba squilla, nitrisce di giubilo; fiuta
da lungi la lotta, le grida dei capi e il clamore delle schiere (cfr. Giobbe,
39, 15-25). Simbolo della libertà. L'autorità, invece, rassomiglia al
cavaliere prudente, che monta il cavallo e, ora con la voce soave, ora lavorando
saggiamente di speroni, di morso e di frustino, lo stimola, oppure ne modera la
corsa impetuosa, lo frena e lo trattiene. Mettere d'accordo cavallo e cavaliere,
libertà e autorità, è diventato un problema sociale. Ed anche di Chiesa. Al
Concilio s'è tentato di risolverlo nel quarto capitolo della « Lumen Gentium
». Ecco le indicazioni conciliari per il « cavaliere »: « I sacri pastori,
sanno benissimo quanto contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno
di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione
della salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma che il loro
magnifico incarico è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro servizi e i
loro carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura,
all'opera comune » (L.G., 30). Ed ancora: sanno anche, i pastori, che « nelle
battaglie decisive è talvolta dal fronte che partono le iniziative più
indovinate » (L.G. 37, nota 7). Ecco, invece, un'indicazione del Concilio per
il « generoso destriero » cioè per i laici: al vescovo « i fedeli devono
aderire come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre » (L.G.,
27). Preghiamo che il Signcre aiuti sia il vescovo che i fedeli, sia il
cavaliere che i cavalli. M'è stato detto che nella diocesi di Roma sono
numerose le persone che si prodigano per i fratelli, numerosi i catechisti;
molti anche aspettano un cenno per intervenire e collaborare. Che il Signore ci
aiuti tutti a costituire a Roma una comunità cristiana viva e operante. Non per
nulla ho citato il capitolo quarto della « Lumen Gentium »: è il capitolo
della « comunione ecclesiale ». Quanto detto, però, riguarda specialmente i
laici.
I sacerdoti, i
religiosi e le religiose, hanno una posizione particolare, legati come sono o
dal voto o dalla promessa di obbedienza. Io ricordo come uno dei punti solenni
della mia esistenza il momento in cui, messe le mie mani in quelle del vescovo,
ho detto: « Prometto ». Da allora mi sono sentito impegnato per tutta la vita
e mai ho pensato che si fosse trattato di cerimonia senza importanza. Spero che
i sacerdoti di Roma pensino altrettanto. Ad essi ed ai religiosi S. Francesco di
Sales ricorderebbe l'esempio di S. Giovanni Battista, che visse nella solitudine,
lontano dal Signore, pur desiderando tanto di essergli vicino. Perché? Per
obbedienza; « sapeva - scrive il santo - che trovare il Signore all'infuori
dell'obbedienza significava perderlo » (F. De Sales, Oeuvres,
Annecy, 1896, p. 321).
3. La terza
lettura (Mt. 28, 16-20) ricorda al vescovo di Roma i suoi doveri. Il primo è di
« ammaestrare », proponendo la parola del Signore con fedeltà sia a Dio sia
agli ascoltatori, con umiltà ma con franchezza non timida. Tra i miei santi
predecessori vescovi di Roma due sono anche Dottori della Chiesa: S. Leone, il
vincitore di Attila, e S. Gregorio Magno. Negli scritti del primo c'è un
pensiero teologico altissimo e sfavilla una lingua latina stupendamente
architettata; non penso nemmeno di poterlo imitare, neppure da lontano.
Il secondo, nei suoi libri, è « come un padre, che istruisce i propri figlioli e li mette a parte delle sue sollecitudini per la loro eterna salvezza » (I. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. I, Torino 1929, p. 46). Vorrei cercare di imitare il secondo, che dedica l'intero libro terzo della sua « Regula Pastoralis » al tema « qualiter doceat », come cioè il pastore debba insegnare. Per quaranta interi capitoli Gregorio indica in modo concreto varie forme di istruzione secondo le varie circostanze di condizione sociale, età, salute e temperamento morale degli uditori. Poveri e ricchi, allegri e melanconici, superiori e sudditi, dotti e ignoranti, sfacciati e timidi, e via dicendo, in quel libro, ci sono tutti, è come la valle di Giosafat. Al Concilio Vaticano II parve nuovo che venisse chiamato « pastorale » non più ciò che veniva insegnato ai pastori, ma ciò che i pastori facevano per venire in