27/08/1978:   Radiomessaggio "Urbi et Orbi"

30/08/1978:   Ai Cardinali

31/08/1978:   Al corpo diplomatico presso la Santa Sede

01/09/1978:   Ai giornalisti

03/09/1978:   Messa d' inizio del ministero di Supremo Pastore

04/09/1978:   Alle missioni speciali

07/09/1978:   Al clero di Roma

21/09/1978:   Ad un gruppo di vescovi degli Stati Uniti in visita "ad limina"

23/09/1978:   Al sindaco di Roma

23/09/1978:   Pressa di possesso della Basilica di San Giovanni in Laterano

28/09/1978:   Ad un gruppo di vescovi delle Filippine in visita "ad limina"

30/09/1978:   Ai gesuiti (postumo)

 

                 

 

RADIOMESSAGGIO « URBI ET ORBI »

 

Domenica, 27 agosto 1978

 

Venerabili Fratelli!

Diletti Figli e Figlie dell' intero orbe cattolico!

Chiamati dalla misteriosa e paterna bontà di Dio alla gravissima responsabilità del Supremo Pontificato, inviamo a voi il Nostro saluto; e subito lo estendiamo a tutti gli uomini del mondo, che in questo momento ci ascoltano, e nei quali, secondo gli insegnamenti del Vangelo, amiamo vedere unicamente degli amici, dei fratelli. A voi tutti, salute, pace, misericordia, amore: « Gratia Domini nostri Iesu Christi et caritas Dei et communicatio Sancti Spiritus sit cum omnibus vobis ».

Abbiamo ancora l'animo accasciato dal pensiero del tremendo ministero al quale siamo stati scelti: come Pietro, ci pare di aver posto il piede sull'acqua infida, e, scossi dal vento impetuoso, abbiamo gridato con lui verso il Signore: « Domine, salvum me fac ». Ma abbiamo sentito rivolta anche a Noi la voce, incoraggiante e al tempo stesso amabilmente esortatrice del Cristo: « Modicae fidei, quare dubitasti? ». Se le umane forze, da sole, non possono essere adeguate a tanto peso, l'aiuto di Dio onnipotente, che guida la sua Chiesa attraverso i secoli in mezzo a tante contraddizioni e contrarietà, non mancherà certo anche a Noi, umile e ultimo Servus servorum Dei. Tenendo la Nostra mano in quella di Cristo, appoggiandoci a Lui, siamo saliti anche Noi al timone di questa nave, che è la Chiesa; essa è stabile e sicura, pur in mezzo alle tempeste, perché ha con sé la presenza confortatrice e dominatrice del Figlio di Dio. Secondo le parole di S.Agostino, che riprende un'immagine cara all'antica Patristica, la nave della Chiesa non deve temere, perché è guidata da Cristo: « Quia etsi turbatur navis, navis est tamen. Sola portat discipulos et recipit Christum. Periclitatur quidem in mari, sed sine illa statim peritur ». Solo in essa v'è salvezza: sine illa peritur!

Con questa fede, Noi procederemo. L'aiuto di Dio non Ci mancherà secondo la promessa indefettibile: « Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi ». La vostra rispondenza unanime e la collaborazione volonterosa di tutti Ci renderà più leggero il peso del quotidiano dovere. Ci accingiamo a questo terribile compito nella coscienza della insostituibilità della Chiesa Cattolica, la cui immensa forza spirituale è garanzia di pace e di ordine, e come tale è presente nel mondo, come tale è riconosciuta nel mondo. L'eco che la sua vita solleva ogni giorno è la testimonianza che essa, nonostante tutto, è viva nel cuore degli uomini, anche di quelli che non condividono la sua verità e non accettano il suo messaggio. Come ha detto il Concilio Vaticano II, « dovendosi estendere a tutta la terra, la Chiesa entra nella storia degli uomini, e insieme però trascende i tempi e i confini dei popoli. Tra le tentazioni e le tribolazioni del suo cammino, la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, a lei promessa dal Signore, affinché per l'umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma rimanga la degna sposa del suo Signore e non cessi di rinnovarsi sotto l'azione dello Spirito Santo, finché, attraverso la croce, giunga alla luce che non conosce tramonto ». Secondo il piano di Dio, che « ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace », la Chiesa è stata da Lui voluta « perché sia per tutti e per i singoli sacramento visibile di questa unità salvifica ».

In questa luce, Noi Ci poniamo interamente, con tutte le Nostre forze fisiche e spirituali, al servizio della missione universale della Chiesa, che è quanto dire al servizio del mondo: cioè al servizio della verità, della giustizia, della pace, della concordia, della collaborazione all'interno delle Nazioni come nei rapporti tra i popoli. Chiamiamo anzitutto i figli della Chiesa a prendere coscienza sempre maggiore della loro responsabilità: « Vos estis sal terrae, vos estis lux mundi ». Superando le tensioni interne, che qua e là si sono potute creare, vincendo le tentazioni dell'uniformarsi ai gusti e ai costumi del mondo, come ai titillamenti del facile applauso, uniti nell'unico vincolo dell'amore che deve informare la vita intima della Chiesa come anche le forme esterne della sua disciplina, i fedeli devono essere pronti a dare testimonianza della propria fede davanti al mondo: « Parati semper ad defensionem omni poscenti vos rationem de ea, quae in vobis est, spe ».

La Chiesa, in questo sforzo comune di responsabilizzazione e di risposta ai problemi lancinanti del momento, è chiamata a dare al mondo quel « supplemento d'anima » che da tante parti si invoca e che solo può assicurare la salvezza. Questo si attende oggi il mondo: esso sa bene che la sublime perfezione a cui è pervenuto con le sue ricerche e con le sue tecniche ha raggiunto un crinale oltre cui c'è la vertigine dell'abisso; la tentazione di sostituirsi a Dio con l'autonoma decisione che prescinde dalle leggi morali, porta l'uomo moderno al rischio di ridurre la terra a un deserto, la persona a un automa, la convivenza fraterna a una collettivizzazione pianificata, introducendo non di rado la morte là dove invece Dio vuole la vita.

La Chiesa, piena di ammirazione e amorevolmente protesa verso le umane conquiste, intende peraltro salvaguardare il mondo, assetato di vita e d'amore, dalle minacce che lo sovrastano; il Vangelo chiama tutti i suoi figli a porre le proprie forze, e la stessa vita, al servizio dei fratelli, nel nome della carità di Cristo: « Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam quis ponat pro amicis suis ». In questo momento solenne, Noi intendiamo consacrare tutto quello che siamo e che possiamo a questo scopo supremo, fino all'estremo respiro, consapevoli dell'incarico che Cristo stesso ci ha affidato: « Confirma fratres tuos ».

Ci soccorre, a darCi forza nell'arduo compito, il ricordo soavissimo dei Nostri Predecessori, la cui amabile dolcezza e intrepida forza Ci sarà di esempio nel programma pontificale: ricordiamo in particolare le grandissime lezioni di governo pastorale lasciateci dai Papi a Noi più vicini, come Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, che con la loro sapienza, dedizione, bontà e amore alla Chiesa e al mondo hanno lasciato un'orma incancellabile nel nostro tempo tormentato e magnifico. Ma è soprattutto al compianto Pontefice Paolo VI, Nostro immediato Predecessore, che va il trasporto commosso del cuore e della venerazione. La sua morte rapida, che ha lasciato attonito il mondo secondo lo stile dei gesti profetici di cui ha costellato il suo indimenticabile pontificato, ha messo nella giusta luce la statura straordinaria di quel grande e umile uomo, al quale la Chiesa deve l'irraggiamento straordinario, pur fra le contraddizioni e le ostilità, raggiunto in questi quindici anni, nonché l'opera immane, infaticabile, senza soste, da Lui posta nella realizzazione del Concilio e nell'assicurare al mondo la pace, tranquiltitas ordinis.

Il Nostro programma sarà quello di continuare il suo, nella scia già segnata con tanti consensi dal grande cuore di Giovanni XXIII:

- vogliamo cioè continuare nella prosecuzione dell'eredità del Concilio Vaticano II, le cui norme sapienti devono tuttora essere guidate a compimento, vegliando a che una spinta, generosa forse ma improvvida, non ne travisi i contenuti e i significati, e altrettanto che forze frenanti e timide non ne rallentino il magnifico impulso di rinnovamento e di vita;

- vogliamo conservare intatta la grande disciplina della Chiesa, nella vita dei sacerdoti e dei fedeli, quale la collaudata ricchezza della sua storia ha assicurato nei secoli con esempi di santità e di eroismo, sia nell'esercizio delle virtù evangeliche sia nel servizio dei poveri, degli umili, degli indifesi; e a questo proposito porteremo innanzi la revisione del Codice di Diritto Canonico, sia della tradizione orientale sia di quella latina, per assicurare, alla linfa interiore della santa libertà dei figli di Dio, la solidità e la saldezza delle strutture giuridiche;

- vogliamo ricordare alla Chiesa intera che il suo primo dovere resta quello dell'evangelizzazione, le cui linee maestre il Nostro Predecessore Paolo VI ha condensato in un memorabile documento: animata dalla fede, nutrita dalla Parola di Dio, e sorretta dal celeste alimento dell' Eucaristia, essa deve studiare ogni via, cercare ogni mezzo, « opportune importune », per seminare il Verbo, per proclamare il messaggio, per annunciare la salvezza che pone nelle anime l'inquietudine della ricerca del vero e in questa le sorregge con l' aiuto dall'alto; se tutti i figli della Chiesa sapranno essere instancabili missionari del Vangelo, una nuova fioritura di santità e di rinnovamento sorgerà nel mondo, assetato di amore e di verità;

- vogliamo continuare lo sforzo ecumenico, che consideriamo l'estrema consegna dei Nostri immediati Predecessori, vegliando con fede immutata, con speranza invitta e con amore indeclinabile alla realizzazione del grande comando di Cristo: « Ut omnes unum sint », nel quale vibra l'ansia del suo Cuore alla vigilia dell'immolazione del Calvario; le mutue relazioni fra le Chiese di varia denominazione hanno compiuto progressi costanti e straordinari, che sono davanti agli occhi di tutti; ma la divisione non cessa peraltro di essere occasione di perplessità, di contraddizione e di scandalo agli occhi dei non cristiani e dei non credenti: e per questo intendiamo dedicare la Nostra meditata attenzione a tutto ciò che può favorire l'unione, senza cedimenti dottrinali ma anche senza esitazioni;

- vogliamo proseguire con pazienza e fermezza in quel dialogo sereno e costruttivo, che il mai abbastanza compianto Paolo VI ha posto a fondamento e programma della sua azione pastorale, dandone le linee maestre nella grande Enciclica « Ecclesiam Suam », per la reciproca conoscenza, da uomini a uomini, anche con coloro che non condividono la nostra fede, sempre disposti a dar loro testimonianza della fede che è in noi, e della missione che il Cristo Ci ha affidata, « ut credat mundus »;

- vogliamo infine favorire tutte le iniziative lodevoli e buone che possano tutelare e incrementare la pace nel mondo turbato: chiamando alla collaborazione tutti i buoni, i giusti, gli onesti, i retti di cuore, per fare argine, all'interno delle nazioni, alla violenza cieca che solo distrugge e semina rovine e lutti, e, nella vita internazionale, per portare gli uomini alla mutua comprensione, alla congiunzione degli sforzi che favoriscano il progresso sociale, debellino la fame del corpo e l'ignoranza dello spirito, promuovano l'elevazione dei popoli meno dotati di beni di fortuna eppur ricchi di energie e di volontà.

Fratelli e figli carissimi,

In quest' ora trepida per Noi, ma confortata dalle divine promesse, Noi rivolgiamo il Nostro saluto a tutti i Nostri figli: li vorremmo qui tutti presenti per guardarli negli occhi, e per abbracciarli, infondendo loro coraggio e confidenza, e chiedendo per Noi comprensione e preghiera.

A tutti il Nostro saluto:

- ai Cardinali del Sacro Collegio, con i quali abbiamo condiviso ore decisive, e sui quali contiamo ora e in avvenire, ringraziandoli per il saggio consiglio e la forte collaborazione che vorranno continuare ad offrirCi, in prolungamento di quel loro consenso che, per volontà di Dio, Ci ha portato a questo culmine dell'ufficio apostolico;

- a tutti i Vescovi della Chiesa di Dio, « che rappresentano la propria Chiesa, e tutti insieme col Papa rappresentano tutta la Chiesa nel vincolo della pace, dell'amore e dell'unità », e la cui collegialità vogliamo fortemente avvalorare, avvalendoCi della loro opera nel governo della Chiesa universale sia mediante l'organo sinodale, sia attraverso le strutture della Curia Romana, a cui essi partecipano di diritto secondo le norme stabilite;

- a tutti i Nostri collaboratori chiamati alla stretta esecuzione della Nostra volontà, e all'onore di una attività che li impegna a santità di vita, a spirito di obbedienza, a opera di apostolato e ad esemplare fortissimo amore alla Chiesa. Noi li amiamo ad uno ad uno; e chiedendo loro di continuare a prestare a Noi, come ai Nostri Predecessori, la loro provata fedeltà, siamo certi di poter contare sulla loro opera preziosissima che Ci sarà di grande giovamento;

- salutiamo i sacerdoti e i fedeli della diocesi di Roma, ai quali Ci lega la successione di Pietro e l'incarico unico e singolare di questa Cattedra Romana « che presiede alla carità universale »;

- salutiamo poi in modo particolare i membri della Nostra diocesi di origine Belluno e quelli di Venezia, che Ci sono stati affidati come figli affettuosissimi e carissimi, ai quali ora pensiamo con sincero rimpianto, ricordando le loro magnifiche opere ecclesiali e le comuni energie dedicate alla buona causa del Vangelo;

- e abbracciamo poi tutti i sacerdoti, in special modo i parroci e quanti si dedicano alla cura diretta delle anime, spesso in condizioni disagiate, o di vera povertà, ma sorretti luminosamente dalla grazia della vocazione e dell'eroica sequela del Cristo « pastore delle nostre anime »;

- salutiamo i Religiosi e le Religiose di vita sia contemplativa sia attiva, che continuano a irradiare sul mondo l'incanto dell'intatta adesione agli ideali evangelici, supplicandoli di continuare a « porre ogni cura affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo ai fedeli e agli infedeli »;

- salutiamo tutta la Chiesa missionaria e inviamo agli uomini e alle donne, che sugli avamposti della evangelizzazione si dedicano alla cura dei fratelli, il Nostro incoraggiamento e il Nostro plauso più affettuoso: sappiano che, fra quanti abbiamo cari, essi Ci sono carissimi: non li dimenticheremo mai nelle Nostre preghiere e nelle Nostre sollecitudini, perché hanno un posto privilegiato nel Nostro cuore;

- alle associazioni di Azione Cattolica, come ai movimenti di varia denominazione che contribuiscono con energie nuove alla vivificazione della società e alla « consecratio mundi » come lievito nella pasta, va tutto il Nostro sostegno e il Nostro appoggio, perché siamo convinti che la loro opera, nella collaborazione con la sacra Gerarchia, è indispensabile per la Chiesa, oggi;

- e salutiamo i giovani, speranza di un domani più pulito, più sano, più costruttivo, affinché sappiano distinguere il bene dal male, e portarlo a compimento con le fresche energie di cui sono in possesso, per la vitalità della Chiesa e l'avvenire del mondo;

- salutiamo le famiglie, che sono « come il santuario domestico della Chiesa », anzi sono una vera e propria « Chiesa domestica » nella quale fioriscono le vocazioni religiose e le decisioni sante, e si prepara il domani del mondo; vogliano far argine alle ideologie distruttrici dell'edonismo che estingue la vita, e formare energie pulsanti di generosità, di equilibrio, di dedizione al bene comune;

- ma un particolare saluto vogliamo inviare a quanti soffrono nel presente momento; agli ammalati, ai prigionieri, agli esuli, ai perseguitati; a quanti non riescono ad avere un lavoro, o stentano nella dura lotta per la vita; a quanti soffrono per la costrizione a cui è ridotta la loro fede cattolica, che non possono liberamente professare se non al prezzo dei loro diritti primari di uomini liberi e di cittadini volonterosi e leali. In modo particolare pensiamo alla martoriata terra del Libano, alla situazione della Terra di Gesù, alla fascia del Sahel, all' India tanto provata, e a tutti quei figli e fratelli che subiscono dolorose privazioni sia per le condizioni sociali e politiche, sia per le conseguenze di disastri naturali.

Uomini fratelli di tutto il mondo!

Tutti siamo impegnati nell'opera di elevare il mondo ad una sempre maggiore giustizia, ad una più stabile pace, a una più sincera cooperazione: e perciò tutti invitiamo e scongiuriamo, dai più umili ordini sociali che formano il tessuto connettivo delle nazioni, fino ai Capi responsabili dei singoli popoli, a farsi strumenti efficaci e responsabili di un ordine nuovo, più giusto e più sincero.

Un'alba di speranza aleggia sul mondo, anche se una fitta coltre di tenebra, dai sinistri bagliori di odio, di sangue e di guerra, minaccia talora di oscurarla: l'umile Vicario di Cristo, che inizia trepido e fiducioso la sua missione, si pone a disposizione totale della Chiesa e della società civile, senza distinzione di razze o di ideologie, per assicurare al mondo il sorgere di un giorno più sereno e più dolce. Solo Cristo potrà far sorgere la luce che non tramonta, perché Egli è il « sole di giustizia »: ma Egli pure attende l'opera di tutti. La Nostra non mancherà.

Chiediamo a tutti i Nostri figli l'aiuto della preghiera, perché solo su questa contiamo; e Ci abbandoniamo fiduciosi all'aiuto del Signore, che, come Ci ha chiamati al compito di suo rappresentante in terra, così non Ci lascerà mancare la sua grazia onnipotente. Maria Santissima, Regina degli Apostoli, sarà la stella fulgida del Nostro pontificato. San Pietro, Ecclesiae frmamentum, Ci sorregga con la sua intercessione e col suo esempio di fede invitta e di umana generosità. San Paolo Ci guidi nello slancio apostolico dilatato verso tutti i popoli della terra; i Nostri santi Patroni Ci assistano.

E nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo impartiamo al mondo la Nostra prima, affettuosissima Benedizione Apostolica.

 

 

ALLOCUZIONE DI GIOVANNI PAOLO I 
AL COLLEGIO CARDINALIZIO

 

Mercoledì, 30 agosto 1978

Brani del discorso del pontefice, lasciando da parte il testo scritto :

“Grazie, Eminenza Reverendissima, delle parole così buone che si è degnata di rivolgermi, a nome oltre che del Sacro Collegio, mi è parso di vedere a nome della Chiesa, nelle sue componenti : i fedeli, i sacerdoti, i religiosi.

Prima di tutto, io vorrei chiedere in qualche maniera scusa perché, dalla stampa, ho visto che quasi, quasi, io avrei rimproverato il Sacro Collegio. Non è precisamente così. Quando son venuto fuori dalla benedizione e ho visto tutto il Collegio schierato per la foto che poi è mancata, mi è venuto spontaneo, dai ricordi di scuola, io devo a scuola il testo del Todesco, là dove parla di San Bernardo, e dice anche la reazione che San Bernardo ha avuto quando ha sentito che Eugenio III, uno dei suoi, era stato fatto Papa. Allora ha scritto : “ Quid fecistis ? Parcat vobis Deus ”. Ma non ero io che dicevo. Non vi rimproveravo affatto ! Intendevo dire la reazione di san Bernardo. Io invece, in questo momento, devo ringraziare per la fiducia da me assolutamente inaspettata e anche immeritata, che avete avuto nel darmi il vostro voto. Speriamo che il Signore non mi renda indegno di questa fiducia. Aiutatemi anche voi con le vostre preghiere. Qui vedo il Cardinal Felici, con la sua solita amabilità, prima che finisse lo scrutinio, è venuto perché era proprio davanti a me e ha detto : “Messaggio per il nuovo Papa”. Grazie ! - ho detto io, - ma non ero ancora fatto! Ho aperto. Cosa c’ era? Una piccola Via Crucis. Quella è la strada dei Papi! Però ... nella Via Crucis, uno dei personaggi è anche il cireneo. Spero che, i miei confratelli cardinali aiuteranno questo povero Cristo, Vicario di Cristo a porta la croce con la loro collaborazione di cui io sento tanto il bisogno (...)

Io, in un certo senso, sono dolente di non poter ritornare alla vita dell’ apostolato spicciolo che mi piaceva tanto. Ho avuto sempre diocesi piccole : Vittorio Veneto, diocesi piccola; la stessa Venezia, grande per storia e piccola, 430.000 abitanti. Quindi, il mio lavoro era : ragazzi, operai, malati, visite pastorali. Non potrò più fare questo lavoro. Ma voi potete farlo. Non dovete però pensare soltanto alla vostra diocesi. I vescovi devono pensare anche alla Chiesa Universale. Dobbiamo lavorare insieme. Abbiate pietà del povero Papa nuovo che veramente non aspettava di salire a questo posto. Cercate di aiutare e cerchiamo insieme di dare al mondo spettacolo di unità, anche sacrificando qualche cosa alle volte. Ma noi avremo tutto da perdere se il mondo non ci vede saldamente uniti.

Con questo faccio a voi i più grandi auguri e termino con la benedizione apostolica che il Cardinal Decano ha domandato ... Dico la verità. Mi sa un po’ strano darvi la benedizione apostolica. Siete tutti successori degli Apostoli anche voialtri, ad ogni modo, è scritto qui : “In nome di Cristo, imparto con effusione di sentimento a voi, ai vostri collaboratori ed a tutte le anime affidate alla vostra cura pastorale, le primizie della mia propiziatrice apostolica benedizione”. Un po’ aulico il linguaggio. Abbiate pazienza !

 

Testo scritto :

Venerabili Fratelli,

Con grande gioia vi vediamo raccolti intorno a noi per questo incontro, che abbiamo vivamente desiderato e del quale ora, grazie alla vostra cortesia, ci è consentito di gustare la dolcezza ed il conforto. Sentivamo, infatti, impellente il bisogno non soltanto di rinnovarvi l'espressione della nostra gratitudine per il consenso - che non cessa invero di sorprenderci e di confonderci - da voi riservato alla nostra umile persona, ma di testimoniarvi altresì la fiducia che nutriamo nella vostra fraterna ed assidua collaborazione.

Il peso, che il Signore negli imperscrutabili disegni della sua provvidenza ha voluto porre sulle nostre fragili spalle, ci apparirebbe davvero troppo gravoso, se non sapessimo di poter contare, oltre che sulla onnipotente forza della sua grazia, sulla affettuosa comprensione e sulla operante solidarietà di Fratelli tanto illustri per dottrina e per saggezza, tanto sperimentati nel governo pastorale, tanto addentro nelle cose di Dio e in quelle degli uomini.

Profittiamo, pertanto, di questa circostanza per dichiarare che contiamo innanzitutto sull'aiuto di quei Signori Cardinali, che resteranno accanto a noi, in quest'alma Città, alla direzione dei vari Dicasteri, di cui si compone la Curia Romana. Gli incarichi pastorali, a cui volta a volta la Provvidenza divina ci ha chiamati negli anni trascorsi, si sono svolti sempre lontani da questi complessi organismi, che offrono al Vicario di Cristo la possibilità concreta di svolgere il servizio apostolico di cui Egli è debitore a tutta la Chiesa, ed assicurano in tal modo l'organico articolarsi delle legittime autonomie, pur nell'indispensabile rispetto di quella essenziale unità di disciplina, oltre che di fede, per la quale Cristo pregò nell'immediata vigilia della sua Passione. Non ci costa fatica riconoscere la nostra inesperienza in un settore tanto delicato della vita ecclesiale. Noi ci ripromettiamo, quindi, di far tesoro dei suggerimenti che ci verranno da così valenti Collaboratori, mettendoci per così dire alla scuola di chi, per le benemerenze acquisite in un servizio di così grande importanza, ben merita la nostra piena fiducia e il nostro riconoscente apprezzamento.

Il nostro pensiero si rivolge, poi, a quanti fra voi, Venerabili Fratelli, si dispongono a tornare alle loro Sedi episcopali, per riprendere la cura pastorale delle Chiese, che lo Spirito ha loro affidato, e già pregustano nell'animo la gioia dell'incontro con tanti loro figli ormai ben noti e teneramente amati. È una gioia, questa, che a noi non sarà concessa. Il Signore conosce la mestizia che questa rinuncia ci pone nel cuore. Egli tuttavia, nella sua bontà, sa temperare l'amarezza del distacco con la prospettiva di una paternità più vasta. In particolare, Egli ci conforta col dono inestimabile della vostra cordiale e sincera devozione, nella quale ci pare di sentir vibrare la devozione di tutti i Vescovi del mondo, uniti a questa Sede Apostolica con i vincoli saldi di una comunione, che travalica gli spazi, ignora le diversità di razza, si arricchisce dei valori autentici, presenti nelle varie culture, fa di popoli distanti fra loro per ubicazione geografica, per lingua e mentalità, un'unica grande famiglia. Come non sentirsi pervasi da un'onda di rasserenante fiducia dinanzi allo spettacolo meraviglioso, che si offre all'assorta contemplazione dello spirito, stimolato dalla vostra presenza a protendersi in direzione dei cinque continenti, ognuno dei quali ha in voi così significativi e degni rappresentanti?

Questa vostra splendida assise pone sotto i nostri occhi un'immagine eloquente della Chiesa di Cristo, la cui unità cattolica già commuoveva il grande Agostino e lo induceva a mettere in guardia i « ramusculi » delle singole Chiese particolari a non staccarsi « ex ipsa magna arbore quae ramorum suorum porrectione toto orbe diffunditur ». Di questa unità noi sappiamo di essere stati costituiti segno e strumento; ed è nostro proposito di dedicare ogni energia alla sua difesa ed al suo incremento, in ciò incoraggiati dalla consapevolezza di poter fare affidamento sull'azione illuminata e generosa di ognuno di voi. Non intendiamo qui richiamare le grandi linee del nostro programma, che sono a voi già note. Noi vorremmo soltanto riconfermare in questo momento, insieme con tutti voi, l'impegno di una disponibilità totale alle mozioni dello Spirito per il bene della Chiesa, che nel giorno dell'elevazione alla porpora cardinalizia ognuno di noi promise di servire « usque ad sanguinis effusionem ».

Venerabili Fratelli, quando nello scorso sabato ci trovammo di fronte alla perigliosa decisione di un « sì » che avrebbe posto sulle nostre spalle il formidabile peso del ministero apostolico, qualcuno di voi ci sussurrò all'orecchio parole di invito alla fiducia ed al coraggio. Ci sia lecito ora, fatti ormai Vicario di Colui che lasciò a Pietro la consegna di « confirmare fratres », ci sia lecito rivolgere a voi, che vi accingete a riprendere le vostre rispettive mansioni ecclesiali, l'incoraggiamento a confidare con virile fermezza, pur nel travaglio dell'ora presente, nell'immancabile aiuto di Cristo, il quale ripete anche a noi, oggi, le parole pronunziate quando le tenebre della Passione si addensavano ormai su di Lui e sul primo nucleo dei credenti: « Confidite, ego vici mundum ».

Nel Nome di Cristo e quale pegno della nostra paterna benevolenza, noi impartiamo con effusione di sentimento a voi, ai vostri collaboratori ed a tutte le anime affidate alla vostra cura pastorale le primizie della nostra propiziatrice Benedizione Apostolica.

 

 

ALLOCUZIONE DI GIOVANNI PAOLO I 
AL CORPO DIPLOMATICO PRESSO LA SANTA SEDE

 

 

Giovedì, 31 Agosto 1978

 

Excellenze, Signore, Signori,

 

Noi ringraziamo vivamente il vostro degno interprete per le sue parole piene di deferenza, meglio ancora, di benevolenza e di fiducia. Il primo moto dell’ animo nostro sarebbe quello di farvi partecipi della nostra confusione davanti a queste parole che ci onorano e a questi sentimenti che ci confortano. Ma sappiamo bene che questo omaggio e questo appello sono indirizzati, attraverso la nostra persona, alla Santa Sede, alla sua missione altamente spirituale e umana, alla Chiesa Cattolica,  figli della quale sono particolarmente desiderosi di edificare, con i loro fratelli, un mondo più giusto e più armonioso.

 

Non avevamo avuto ancora l’ onore di conoscervi. Finora, il nostro ministero è stato circoscritto alle diocesi che ci erano state affidate e ai compiti pastorali relativi, a Vittorio Veneto e a Venezia. Era già peraltro, partecipazione a quello della Chiesa universale. Ma ormai, su questa Cattedra dell’ Apostolo Pietro, la nostra missione è divenuta effettivamente universale, e ci mette in rapporto, non solo con tutti i nostri figli cattolici, ma anche con tutti i popoli, con i loro rappresentanti qualificati e, specialmente, con i diplomatici dei paesi che hanno voluto stabilire relazioni di tal genere con la Santa Sede.

A questo titolo, siamo lietissimi di accogliervi qui, di esprimervi la nostra stima e la nostra fiducia, la nostra comprensione per le vostre funzioni, lieti, altresì, di salutare, attraverso le vostre persone, ciascuna delle nazioni che rappresentate, alle quali noi guardiamo con rispetto, con simpatia, formulando voti fervidi di progresso e di pace. Queste nazioni assumeranno una fisionomia ancora più concreta a mano a mano e nella misura in cui noi ne incontreremo, non solo i vescovi, ma anche i rappresentanti civili.

Ciascuno di voi conosce quanto ha realizzato il nostro venerato Predecessore in questo campo delle relazioni diplomatiche. Durante il suo pontificato, le missioni da voi dirette si sono moltiplicate. Noi auspichiamo che tali relazioni siano sempre più cordiali feconde, per il bene dei vostri concittadini, per il bene della Chiesa nei vostri paesi, per il bene della concordia universale. Inoltre, i rapporti che potete intrattenere fra voi, contribuiscono anche alla comprensione e alla pace. Noi vi offriamo la nostra collaborazione sincera, secondo i mezzi che ci sono propri.

 

Indubbiamente, nell’ ambito delle sedi diplomatiche, la vostra funzione qui è “sui generis”, come le missioni e le competenze della Santa Sede. Noi, evidentemente, non abbiamo da scambiare alcun bene temporale, nessun interesse economico da discutere. Le nostre possibilità di interventi diplomatici sono limitate e particolari. Non intervengono negli affari puramente temporali, tecnici e politici che spettano ai vostri governi. In tal senso, le nostre rappresentanze diplomatiche presso le più alte autorità civili, lungi dall’ essere una sopravvivenza del passato, costituiscono, sia una testimonianza del nostro rispetto per il potere temporale legittimo, sia dell’ interesse vastissimo per le cause umane che quel potere civile è destinato a promuovere. Analogamente, voi siete qui i portavoci dei vostri governi e i testimoni vigili dell’ opera spirituale della Chiesa. Da una parte e dall’ altra, sussistono presenza, rispetto, scambio, collaborazione, senza confusione di competenze.

 

I nostri servizi, quindi, sono di due ordini. Può essere, se invitati, una partecipazione della Santa Sede come tale, al livello dei vostri governi o delle istanze internazionali, alla ricerca delle soluzioni miglori dei grandi problemi in cui sono in gioco la distensione, il disarmo, la pace, la giustizia, provvedimenti o soccorsi umanitari, lo sviluppo ... I nostri rappresentanti vi intervengono, lo sapete, con parola libera e disinteressata. E’ una forma apprezzabile di concorso o di aiuto reciproco che la Santa Sede ha la possibilità di apportare, grazie al riconoscimento internazionale del quale gode, e alla rappresentanza dell’ insieme del mondo cattolico che essa assicura. Noi siamo pronti a continuare, in questo campo, l’ attività diplomatica e internazionale già intrapresa, nella misura in cui la partecipazione della Santa Sede si dimostri desiderata, fruttuosa e conforme ai mezzi nostri.

 

Ma la nostra azione al servizio della comunità internazionale si colloca pure – e diremmo sopratutto – su un altro piano che potrebbe esser definito più specificatamente pastorale e che è proprio della Chiesa. Si tratta di contribuire, con i documenti e gli impegni della Sede Apostolica e dei nostri collaboratori in tutta la Chiesa, ad illuminare, a formare le coscienze, dei cristiani prima di tutto, ma anche degli uomini di buona volontà – e, per mezzo di essi, una più vasta opinione pubblica – sui principi fondamentali che garantiscono una civiltà vera e una fratellanza reale fra i popoli : rispetto del prossimo, della vita, della dignità di esso, sollecitudine per il suo progresso spirituale e sociale, pazienza e volontà di riconciliazione nell’ edificazione tanto vulnerabile della pace, in una parola, tutti i diritti e i doveri della vita in società e della vita internazionale, quali sono esposti nella Costituzione conciliare Gaudium et Spes e in tanti messaggi del compianto Papa Paolo VI. Con questi atteggiamenti che assumono o dovrebbero assumere per la loro salvezza, nella logica dell’ amore evangelico, i fedeli cristiani contribuiscono a trasformare, gradualmente, i rapporti umani, il tessuto sociale e le istituzioni; essi aiutano i popoli e la comunità internazionale ad assicurare meglio il bene comune e ad individuare il senso ultimo del loro cammino in avanti.

 

I vostri paesi cercano di costruire una civiltà moderna, mediante sforzi spesso ingegnosi e generosi che si guadagnano tutta la nostra simpatia e i nostri incoraggiamenti, in quanto siano conformi alle leggi morali iscritte dal Creatore nel cuore umano. Ora, questa civiltà non ha bisogno, forse, di un’ energia spirituale nuova, d’ un amore senza frontiere, d’ una speranza ferma ? Ecco quanto, con tutta la Chiesa, e sulla linea del nostro Predecessore, vogliamo contribuire a dare al mondo. Indubbiamente, noi siamo molto piccoli e molto deboli per tutto ciò. Ma confidiamo nell’ aiuto di Dio. La Santa Sede si impegnerà con tutte le sue forze. Questo merita il vostro interessamento.

Da oggi, i nostri voti più cordiali vi accompagnino nella missione che vi accingete a continuare presso noi, così come avete fatto presso Paolo VI. E invochiamo su ciascuna delle vostre persone, delle vostre famiglie, su ciascuno dei paesi che rappresentate e, su tutti i popoli del mondo, le benedizioni abbondanti dell’ Altissimo.

 

 

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO I 
AI RAPPRESENTANTI DELLA STAMPA INTERNAZIONALE

 

Venerdì 1° settembre 1978 

Nota : il testo in neretto sono le parole che il Papa ha rivolto ai giornalisti lasciando da parte il testo scritto.

 

Egregi Signori e cari figli,

Siamo lieti di poter accogliere già nella prima settimana del Nostro Pontificato una rappresentanza così qualificata e numerosa del « mondo » delle comunicazioni sociali, riunita a Roma in occasione di due avvenimenti che, per la Chiesa Cattolica e per il mondo intero, hanno avuto profondo significato: la morte del Nostro compianto Predecessore Paolo VI, e il recente Conclave, nel quale è stato imposto sulle Nostre umili e fragili spalle il formidabile peso del servizio ecclesiale di sommo Pastore.

Questo gradito incontro mi permette di ringraziarvi per i sacrifici e le fatiche che avete affrontato durante questo mese nel servire l'opinione pubblica mondiale, perché anche il vostro è un servizio, e molto importante, offrendo ai vostri lettori, uditori e telespettatori, con la rapidità, la immediatezza richieste dalla vostra responsabile e delicata professione, la possibilità di partecipare a questi storici avvenimenti, alla loro dimensione religiosa, alla loro profonda connessione con i valori umani e le attese della società di oggi.

Lo dico con tutta sincerità. C’ è stato il cardinal Mercier che, a sua volta, diceva : “Se venisse San Paolo, farebbe il giornalista. Pierre L’ Hermite de “La Croix” di Parigi, gli ha risposto : “Eh, no, eminenza ! Se venisse San Paolo non farebbe soltanto il giornalista. Farebbe il direttore della Reuter”. Ma, io aggiungo oggi : non solo direttore della Reuter. Oggi, San Paolo andrebbe forse da Paolo Grassi a domandargli un po’ di spazio alla televisione oppure alla NBC.

Vogliamo esprimervi in particolare la Nostra gratitudine per l'impegno da voi posto in questi giorni, nel far meglio conoscere all'opinione pubblica la figura, l'insegnamento, l'opera e l'esempio di Paolo VI e per l'attenta sensibilità con cui avete cercato di cogliere e di tradurre nei vostri innumerevoli dispacci e nei vostri ampi commenti, come anche nella moltitudine di immagini che avete trasmesso da Roma, l'attesa di questa Città, della Chiesa Cattolica e di tutto il mondo per un nuovo Pastore che assicurasse la continuità della missione di Pietro.

La sacra eredità lasciataci dal Concilio Vaticano II e dai Nostri Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, di cara e santa memoria, sollecita da Noi la promessa di un'attenzione speciale, di una franca, onesta ed efficace collaborazione con gli strumenti della comunicazione sociale, che voi qui degnamente rappresentate. E' una promessa che volentieri vi facciamo, consapevoli come siamo della funzione via via più importante che i mezzi della comunicazione sociale sono andati assumendo nella vita dell'uomo moderno. Non Ci nascondiamo i rischi di massificazione e di livellamento, che tali mezzi portano con sé, con le conseguenti minacce per l'interiorità dell'individuo, per la sua capacità di riflessione personale, per la sua obiettività di giudizio. Ma sappiamo anche quali nuove e felici possibilità essi offrano all'uomo d'oggi, di meglio conoscere ed avvicinare i propri simili, di percepirne più da vicino l'ansia di giustizia, di pace, di fraternità, di instaurare con essi vincoli più profondi di partecipazione, di intesa, di solidarietà in vista di un mondo più giusto ed umano. Conosciamo, in una parola, la mèta ideale verso la quale ognuno di voi, nonostante difficoltà e delusioni, orienta il proprio sforzo, quella cioè di arrivare, attraverso la « comunicazione », ad una più vera ed appagante « comunione ». E la mèta verso la quale aspira, come ben potete comprendere, anche il cuore del Vicario di Colui, che ci ha insegnato ad invocare Dio come Padre unico ed amoroso di ogni essere umano.

Prima di dare a ciascuno di voi e alle vostre famiglie la mia speciale Benedizione, che vorrei estendere a tutti i collaboratori degli Enti di informazione che voi rappresentate, agenzie, giornali, radio e televisioni, vorrei assicurarvi della stima che ho per la vostra professione e della cura che porrò per facilitare la vostra nobile e difficile missione, nello spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare « Inter Mirifica », specialmente dell' Istruzione Pastorale « Communio et Progressio ».

Se posso aggiungere una preghiera e una vera preghiera, in occasione degli eventi di maggior rilievo o della pubblicazione di importanti Documenti della Santa Sede, voi spesso dovrete presentare la Chiesa, parlare della Chiesa, qualche volta forse commentare il mio umile ministero; spero che lo facciate con amore della verità, con rispetto della dignità umana, perché tale è lo scopo di ogni comunicazione sociale.

Io ho letto un po’ divertito, nel pre-conclave, gli articoli di qualche giornale, scritto con retta intenzione, ma dico, un po’ divertito perché ... io ho pensato solo a pregare il Signore che m’ illuminasse a dare il voto alla persona giusta. Non c’ erano correnti. Non c’ erano  ... Vi assicuro. Non c’ era nulla di tutto questo. Scritti con buona intenzione ma con un’ altra visuale. Bisognerebbe entrare nella visuale della Chiesa quando si parla della Chiesa. Mi sono ricordato di un episodio della storia del giornalismo italiano : si trattava di Baldasarre Avanzini, allora direttore del “Fanfulla”. Eravamo ai tempi della Guerra Franco-Prussiana. E lui, ai suoi reporters, dava questa direttiva : “Al pubblico non interessa sapere quello che Napoleone III ha detto a Gugliermo di Prussia ! Interessa sapere se aveva i calzoni bigi o rossi; se fumava o no la sigaretta”.

 Io ho avuto ... l’ impressione che, a volte, i giornalisti si attardino su cose del tutto secondarie nelle cose di Chiesa. Bisognerebbe colpire il centro. Quelli che sono i veri problemi della Chiesa. Sarebbe anche allora una funzione educatrice del vostro pubblico che vi legge, vi ascolta o vi guarda. Pertanto, vi chiedo sinceramente, vi prego anzi ! di voler contribuire anche voi a salvaguardare nella società odierna quella profonda considerazione per le cose di Dio e per il misterioso rapporto tra Dio e ciascuno di noi, che costituisce la dimensione sacra della realtà umana. Vogliate comprendere le ragioni profonde per cui il Papa, la Chiesa e i suoi Pastori devono talvolta chiedere, nell'espletamento del loro servizio apostolico, spirito di sacrificio, di generosità, di rinuncia per edificare un mondo di giustizia, di amore, di pace.

Nella certezza di conservare anche nel futuro il legame spirituale iniziato con questo incontro, vi concediamo di gran cuore la Nostra Apostolica Benedizione.

Ed ecco il testo dell'indirizzo d'omaggio rivolto al Santo Padre da Monsignor Deskur

Beatissimo Padre,

A nome della Pontificia Commissione per le Comunicazioni Sociali ho l'onore di presentare a Vostra Santità i qui presenti eccezionalmente numerosi e qualificati giornalisti e operatori dell'informazione televisiva, radiofonica e fotografica, provenienti da tutti gli angoli della terra, i quali, accolti ed assistiti dalla Sala Stampa della Santa Sede, dal Servizio Audiovisivo della Commissione stessa e dalla Radio Vaticana, hanno cercato di assolvere il difficile compito di far partecipare l'opinione pubblica mondiale ai luttuosi avvenimenti della morte e dei funerali del Vostro compianto Predecessore Paolo VI, e poi alla trepida attesa per l'elezione del nuovo Successore di Pietro, al gioioso annuncio « habemus Papam »ed infine, al solenne inizio del Vostro Supremo Ministero.

Grazie alle loro corrispondenze da Roma le pagine di tutti i giornali, gli schermi delle televisioni e le voci delle radio di tutto il mondo hanno potuto offrire l'immagine e la figura del nuovo Papa, diffondendo il Suo primo Messaggio, i Suoi primi insegnamenti, il sempre nuovo Annuncio del Vangelo di Cristo.

Essi non volevano, né potevano ripartire da Roma senza aver visto da vicino Giovanni Paolo I, senza aver ascoltato una Sua prima parola indirizzata proprio a loro, senza aver chiesto una delle Sue prime Benedizioni per la loro difficile e responsabile professione, per i loro collaboratori, per le loro famiglie.

 

 

OMELIA DELLA MESSA D' INIZIO

DEL MINISTERO DI SUPREMO PASTORE

 

Domenica, 3 settembre 1978

Venerabli Fratelli e Figli carissimi,

In questa sacra celebrazione, con la quale diamo solenne inizio al ministero di Supremo Pastore, posto sulle nostre spalle, il primo pensiero adorante ed orante si rivolge a Dio, infinito ed eterno, il quale, con una sua decisione umanamente inesplicabile e con la sua benignissima degnazione, Ci ha elevato alla Cattedra del beato Pietro. Ci salgono spontanee alle labbra le parole di San Paolo : “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio ! Quanto sono incompresibili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie “ (Rom. 11, 33).

Il nostro pensiero si rivolge quindi con paterno ed affettuoso saluto, a tutta la Chiesa di Cristo : a questa assemblea, che quasi la rappresenta in questo luogo – carico di pietà, di religione e di arte – che custodisce gelosamente la tomba del Principe degli Apostoli; quella Chiesa poi che ci vede e ci ascolta in quest’ ora attraverso i moderni strumenti della comunicazione sociale.

Salutiamo tutti i membri del Popolo di Dio : i Cardinali, i Vescovi, i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Missionari, i Seminaristi, i Laici impegnati nell’ apostolato e nelle varie professioni, gli uomini della polittica, della cultura, dell’ arte, dell’ economia, i padri e le madri di famiglia, gli operai, i migranti, i giovani e le giovani, i bambini, gli ammalati, i sofferenti, i poveri.

Ma vogliamo anche rivolgere il nostro rispettoso e cordiale salutto a tutti gli uomini del mondo, che Noi consideriamo ad amiamo come fratelli, perché figli dello stesso Padre Celeste, e fratelli tutti in Gesù Cristo (cfr. Mt. 23, 8 s.)

Abbiamo voluto iniziare questa nostra omelia in latino, perché – come è noto – esso è la lingua ufficiale della Chiesa, della quale esprime, in maniera palmare ed efficace, l’ universalità e l’ unità.

 

La parola di Dio, che abbiamo or ora ascoltato, quasi in un crescendo, ci ha presentato anzitutto la Chiesa, prefigurata ed intravista dal profeta Isaia (cfr. Is.2, 2-5), come il nuovo Tempio, al quale affluiscono da tutte le parti, le genti desiderose di conoscere la Legge di Dio e di osservarla docilmente, mentre le terribili armi di guerra sono trasformate in strumenti di pace. Ma questo nuovo tempio misterioso, polo di attrazione della nuova umanità, ci ricorda San Pietro, ha una sua pietra angolare, viva, scelta, preziosa (cfr. 1 Pt. 2, 4-9), che è Gesù risorto, il quale ha fondato la sua Chiesa sugli Apostoli e l’ ha edificata sul beato Pietro, loro capo (cfr. Cost. dogm. Lumen Gentium, 19).

 

“Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt. 16, 18) : sono le parole gravi e solenni che Gesù, a Cesarea di Filippo, rivolge a Simone, figlio di Giovanni, dopo la professione di fede, che non è stata il prodotto della logica umana del pescatore di Betsaida, o l’ espressione di una sua particolare perspicacia o l’ effetto di una sua mozione psicologica, ma frutto misterioso e singolare di una autentica rivelazione del Padre Celeste. Gesù muta a Simone il nome in Pietro, significando con questo il conferimento di una speciale missione; gli promette di edificare su di lui la propria Chiesa, la quale non sarà travolta dalle forze del male o della morte; gli conferisce le chiavi del regno di Dio, nominandolo così massimo responsabile della sua Chiesa, e gli dà il potere d’ interpretare autenticamente la legge divina. Dinanzi a questi privilegi o, per meglio dire, dinanzi a questi compiti sovrumani affidati a Pietro, S. Agostino ci avverte : “Pietro, per natura, era semplicemente un uomo; per grazia, un cristiano; per una grazia ancora più abbondante, uno e, nello stesso tempo, il primo degli Apostoli” (S. Agostino, In Ioannis Evang. tract., 124, 5 : PL 35, 1973).

 

Con attonita e comprensibile trepidazione, ma anche con immensa fiducia nella potente grazia di Dio e nella ardente preghiera della Chiesa, abbiamo accettato di diventare il Successore di Pietro nella sede di Roma, assumendo il “giogo”, che Cristo ha voluto porre sulle nostre fragili spalle. E ci par di sentire come indirizzate a Noi, le parole che S. Efrem fa rivolgere da Cristo a Pietro : “Simone, mio apostolo, io ti ho costituito fondamento della Santa Chiesa. O ti ho chiamato già, da prima, Pietro perché tu sosterrai tutti gli edifici; tu sei il sovraintendente di coloro che edificheranno la Chiesa sulla terra; ... tu sei la sorgente della fonte, da cui si attinge la mia dottrina; tu sei il capo dei miei apostoli; ... ti ho dato le chiavi del mio regno” (Sant’ Efrem, Sermones in hebdomandam sanctam, 4, 1 : Lamy T. J., S. Ephraem Syri hymmi et sermones, 1, 412).

 

Fin dal primo momento della nostra elezione e nei giorni immediatamenti successivi, siamo stati profondamente colpiti ed incoraggiati dalle manifestazioni di affetto dei nostri figli di Roma ed anche di coloro che, da tutto il mondo, ci fan pervenire l’ eco della loro incontenibile esultanza per il fatto che ancora una volta Dio ha donato alla Chiesa il suo Capo visibile. Riecheggiano spontanee nel nostro animo, le commosse parole che il nostro grande e santo Predecessore, S. Leone Magno, rivolgeva ai fedeli romani : “Non cessa di presiedere alla sua sede il beatissimo Pietro, ed è stretto all’ eterno Sacerdote in una unità che non viene mai meno ... E perciò tutte le dimostrazioni d’ affetto, che per degnazione fraterna o pietà filiale avete rivolto a Noi, riconoscete, con maggiore devozione e verità, di averle con me rivolte a colui, alla cui sede noi godiamo non tanto di presiedere, quanto di servire” (S. Leone Magno, Sermo V, 4-5 : PL 54, 155-156).

Si la nostra presidenza nella carità è un servizio ed affermandolo Noi pensiamo, non soltanto ai nostri Fratelli e Figli cattolici, ma a tutti coloro che cercano anche di essere discepoli di Gesù Cristo, di onorare Dio, di lavorare per il bene dell’ umanità.

 

In questo senso, Noi indirizziamo un saluto affettuoso e riconoscente alle Delegazioni delle altre Chiese e Comunità eclesiali, che sono qui presenti. Fratelli non ancora in piena comunione, ci volgiamo insieme verso il Cristo Salvatore, progredendo gli uni e gli altri nella santità in cui Egli ci vuole, ed insieme nel vicendevole amore senza il quale non c’ è cristianesimo, preparando le vie della unità nella fede, nel rispetto della sua Verità e del Ministero che Egli ha affidato, per la sua Chiesa, ai suoi Apostoli e ai loro Successori.

 

Inoltre, Noi dobbiamo rivolgere un saluto particolare ai Capi di Stato e ai Membri delle Missioni Straordinarie. Siamo molto commossi della vostra presenza, sia che voi siate a capo degli alti destini del vostro Paese, sia che voi rappresentiate i vostri Governi o Organizzazioni Internazionali, che Noi vivamente ringraziamo. Vediamo in tale partecipazione la stima e la fiducia che voi portate alla Santa Sede e alla Chiesa, umile messaggera del Vangelo a tutti i popoli della terra, per aiutare a creare un clima di giustizia, di fraternità, di solidarietà e di speranza, senza il quale il mondo non potrebbe vivere.

Tutti, qui, grandi e piccoli, siano assicurati della nostra disponibilità a servirli secondo lo Spirito del Signore !

 

Circondati dal vostro amore e sostenuti dalla vostra preghiera, iniziamo il nostro servizio apostolico invocando come splendida stella del nostro cammino la Madre di Dio, Maria, “Salus Populi Romani” e “Mater Ecclesiae”, che la Liturgia venera, in modo particolare, in questo mese di settembre. La Vergine, che ha guidato con delicata tenerezza la nostra vita di fanciullo, di seminarista, di sacerdote e di Vescovo, continui ad illuminare e a dirigere i nostri passi, perché, fatti voce di Pietro, con gli occhi e la mente fissi al suo Figlio, Gesù, proclamiamo nel mondo, con gioiosa fermezza, la nostra professione di fede : “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt. 16, 18). Amen.


 

DISCORSO DEL SANTO PADRE ALLE MISSIONI SPECIALI

PRESENTI PER L’ INIZIO DEL PONTIFICATO

 

 

 

Lunedì, 4 settembre 1978

 

Eccellenze, Signore, Signori,

Durante la celebrazione di ieri, non potevamo avere per voi che un breve saluto. Oggi, vogliamo esprimervi la gioia, l’ emozione, l’ onore che ci procura la vostra partecipazione all’ apertura del nostro Pontificato. Sentiamo per voi, per i vostri Paesi e per le Organizzazioni che rappresentate, una profonda gratitudine.

Questo omaggio di tante Nazioni è molto incoraggiante. Non che la nostra persona l’ abbia meritata : ieri non eravamo che un prete e un vescovo di una provincia d’ Italia, che consacrava tutte le sue forze e le sue capacità all’ opera di apostolato affidatogli. Ed ecco che oggi siamo chiamati alla Cattedra dell’ Apostolo Pietro. Siamo eredi della sua grande missione verso tutte le Nazioni, di quella missione che egli ha ricevuto per pura grazia, dalle mani di Nostro Signore Gesù Cristo, il quale, secondo la fede cristiana, è Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Pensiamo spesso a questa frase dell’ Apostolo Paolo : “Questo tesoro lo portiamo in vasi di argilla, poiché si veda bene che questo straordinario potere appartiene a Dio e non proviene da noi” (2 Cor. 4, 7). Fortunatamente non siamo soli : agiamo in comunione con i Vescovi della Chiesa Cattolica di tutto il mondo.

 

Ciò che ci dà gioia, è che, al di là della benevolenza per la nostra persona, il vostro omaggio manifesta ai nostri occhi l’ attrattiva continua e affascinante che esercitano il Vangelo e le cose di Dio sul nostro universo; tale omaggio esprime la stima e la fiducia che quasi tutte le Nazioni rivolgono alla Chiesa e alla Santa Sede, alle loro attività multiformi nel campo propriamente spirituale, così come al servizio della giustizia, dello sviluppo e della pace. Aggiungiamo che l’ azione degli ultimi Papi, in particolare del nostro venerato Predecessore Paolo VI, ha contribuito a diffonderle sul piano internazionale.

 

Quanto a noi, siamo pronti a proseguire, secondo le nostre possibilità, quest’ opera disinteressata, e a sostenere quanti vi s’ impegnano. Anche se non conosciamo personalmente tutti i vostri Paesi, e se sfortunatamente non possiamo rivolgerci a ciascuno di voi nella vostra lingua madre, il nostro cuore è aperto a tutti i popoli, a tutte le razze, augurando a ciascuno di trovare il proprio posto nel contesto delle Nazioni e di mettere a frutto il dono che Dio gli ha dato, nella pace e mediante la comprensione e la solidarietà reciproche. Niente di ciò che è veramente umano sarà estraneo a noi. Certo, non abbiamo soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali. Tuttavia, possiamo portare qualcosa di veramente prezioso : uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella della carità universale e dell’ apertura ai valori trascendenti, vale a dire, l’ apertura a Dio. Proveremo a svolgere questo servizio con un linguaggio semplice, chiaro, fiducioso.

 

Permetteteci, ora, di far affidamento sulla vostra amabile collaborazione. Noi ci auguriamo, in primo luogo, che le comunità cristiane possano godere sempre nei vostri Paesi, del rispetto e della libertà ai quali ha diritto ogni coscienza religiosa, e che un giusto spazio sia dato al loro contributo nella ricerca del bene comune. Siamo sicuri che voi continuerete anche ad accogliere con favore le iniziative della Santa Sede, quando si propone di servire la comunità internazionale, di ricordare le esigenze di una convivenza sana, di difendere i diritti e la dignità di tutti gli uomini, specialmente, dei deboli e delle minoranze.

Grazie ancora per la vostra visita. Di tutto cuore, invochiamo l’ assistenza di Dio su voi, sui vostri Paesi e sulle Organizzazioni che rappresentate. Che Dio conservi i nostri spiriti illuminati e i nostri cuori nella pace nei momenti di grande responsabilità.

 

 

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO I 
AL CLERO ROMANO

 

Giovedì 7 settembre 1978

 Ringrazio vivamente il Cardinal Vicario per gli auguri, che mi ha rivolto a nome di tutti i presenti. So di quanto fedele e valido aiuto egli sia stato al mio indimenticabile Predecessore: spero che voglia continuare la stessa collaborazione per me. Saluto affettuosamente Monsignor Vicegerente, i Vescovi Ausiliari, gli Ufficiali dei vari Centri e Uffici del Vicariato, poi tutti i singoli sacerdoti in cura d'anime nell'ambito della Diocesi e del suo Distretto: i parroci in primo luogo, i loro Cooperatori, i Religiosi e, attraverso essi, le Famiglie cristiane e i Fedeli.

Secondo il Vangelo

Forse avrete notato che, già parlando ai Cardinali nella Cappella Sistina, ho accennato alla « grande disciplina della Chiesa » da « conservare nella vita dei sacerdoti e dei fedeli ». Su questo argomento parlò spesso il mio venerato Predecessore; su di esso mi permetto di intrattenermi con voi brevissimamente in questo primo incontro con confidenza di fratello.

C'è la disciplina « piccola », che si limita all'osservanza puramente esterna e formale di norme giuridiche. Io vorrei, invece, parlare della disciplina « grande ». Questa esiste soltanto, se l'osservanza esterna è frutto di convinzioni profonde e proiezione libera e gioiosa di una vita vissuta intimamente con Dio. Si tratta - scrive l'abate Chautard - dell'attività di un'anima, che reagisce continuamente per dominare le sue cattive inclinazioni e per acquistare un po' alla volta l'abitudine di giudicare e comportarsi in tutte le circostanze della vita secondo le massime del Vangelo e gli esempi di Gesù. « Dominare le inclinazioni » è disciplina. La frase « un po' alla volta » indica disciplina, che richiede sforzo continuato, lungo, non facile. Perfino gli angeli visti in sogno da Giacobbe non volavano, ma facevano uno scalino per volta; figuriamoci noi, che siamo poveri uomini privi di ali.

La « grande » disciplina richiede un clima adatto. E, prima di tutto, il raccoglimento. Mi è toccato, una volta, di vedere alla stazione di Milano un facchino, che, appoggiata la testa ad un sacco di carbone addossato a un pilastro, dormiva beatamente... I treni partivano fischiando e arrivavano cigolando con le ruote; gli altoparlanti davano continui avvisi frastornanti; la gente andava e veniva con brusio e rumore, ma lui - continuando a dormire - pareva dicesse: « Fate quel che vi pare, ma io ho bisogno di star quieto ». Qualcosa di simile dovremmo fare noi sacerdoti: attorno a noi c'è continuo movimento e parlare di persone, di giornali, di radio e televisione. Con misura e disciplina sacerdotale dobbiamo dire: « Oltre certi limiti, per me, che sono sacerdote del Signore, voi non esistete; io devo prendermi un po' di silenzio per la mia anima; mi stacco da voi per unirmi al mio Dio ».

E sentire il loro sacerdote abitualmente unito a Dio è, oggi, il desiderio di molti buoni fedeli. Essi ragionano come l'avvocato di Lione, reduce da una visita al Curato d'Ars. « Cosa avete visto ad Ars? » gli fu chiesto. Risposta: « Ho visto Dio in un uomo ». Analoghi i ragionamenti di S. Gregorio Magno. Egli auspica che il pastore d'anime dialoghi con Dio senza dimenticare gli uomini e dialoghi con gli uomini senza dimenticare Dio. E continua: eviti il pastore la tentazione di desiderare di essere amato dai fedeli anziché da Dio o di essere troppo debole per timore di perdere l'affetto degli uomini; non si esponga al rimprovero divino: « Guai a quelli, che applicano cuscini a tutti i gomiti ». « Il pastore - conclude - deve bensì cercare di farsi amare, ma allo scopo di farsi ascoltare, non di cercare quest'affetto per utile proprio ».

I sacerdoti, in un certo grado, sono tutti guide e pastori, ma hanno poi tutti la giusta idea di quello che comporta veramente essere pastore di una Chiesa particolare, ossia Vescovo? Gesù, pastore supremo, di sé, da una parte, ha detto: « Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra », dall'altra ha soggiunto: « Son venuto per servire » ed ha lavato i piedi ai suoi Apostoli. In lui andavano dunque insieme potere e servizio. Qualcosa di simile va detto degli Apostoli e dei Vescovi. « Praesumus - diceva Agostino - si prosumus »; noi Vescovi presiediamo, se serviamo: è giusta la nostra presidenza se si risolve in servizio o si svolge a scopo di servizio, con spirito e stile di servizio. Questo servizio episcopale, però, verrebbe a mancare, se il Vescovo non volesse esercitare i poteri ricevuti. Diceva ancora Agostino: « il Vescovo, che non serve il pubblico (predicando, guidando), è soltanto foeneus custos, uno spaventapasseri messo nei vigneti, perché gli uccelli non becchino le uve ». Per questo è scritto nella « Lumen Gentium »: « I Vescovi governano... con il consiglio, la persuasione, l'esempio, ma anche con l'autorità e la sacra potestà ».

Il servizio pastorale

Altra componente della disciplina sacerdotale è l'amore del proprio posto. Lo so: non è facile amare il posto e rimanervici quando le cose non vanno bene, quando si ha l'impressione di non essere compresi o incoraggiati, quando inevitabili confronti con il posto dato ad altri ci spingerebbero a farci mesti e scoraggiati. Ma non lavoriamo per il Signore? L'ascetica insegna: guarda non a chi obbedisci, ma per Chi obbedisci. Soccorre poi la riflessione. Io sono Vescovo da vent'anni: parecchie volte ho sofferto per non poter premiare qualcuno, che veramente meritava; ma, o mancava il posto premio o non sapevo come sostituire la persona o sopravvenivano circostanze avverse. D'altra parte, ha scritto S. Francesco di Sales: « Non c'è nessuna vocazione che non abbia le sue noie, le sue amarezze, i suoi disgusti. A parte quelli che sono pienamente rassegnati alla volontà di Dio, ognuno vorrebbe cambiare la propria condizione con quella degli altri. Quelli che sono Vescovi non vorrebbero esserlo; quelli che sono sposati vorrebbero non esserlo e quelli che non lo sono vorrebbero esserlo. Da dove viene questa generale inquietudine degli spiriti, se non da una certa allergia che noi abbiamo alla costrizione e da uno spirito non buono, il quale ci fa supporre che gli altri stiano meglio di noi? ».

Ho parlato dimesso e ve ne chiedo scusa. Posso tuttavia assicurarvi che da quando sono diventato vostro Vescovo vi amo molto. Ed è con il cuore pieno d'amore che vi impartisco la Benedizione Apostolica.

 

 

 

DISCORSO AD UN GRUPPO DI VESCOVI DEGLI STATI UNITI

IN VISITA “AD LIMINA APOSTOLORUM”

 

Giovedì, 21 settembre 1978

Cari fratelli in Cristo,

E’ un vero piacere per noi incontrare, per la prima volta, un gruppo di Vescovi Americani nella loro visita ad limina. Diamo a voi il benvenuto con tutto il cuore; desideriamo che vi sentiate a casa, che gustiate la gioia di stare insieme in famiglia. E’ nostro grande desiderio in questo momento confermare voi tutti nella fede e nel vostro ministero al servizio del popolo di Dio; desideriamo che sia vivo il ministero di Pietro nella Chiesa.

Dal momento della nostra elezione a Pontefice, abbiamo studiato con particolare attenzione i saggi insegnamenti che il nostro amato predecessore, Paolo VI, ha dato, all’ inizio di quest’ anno ai Vescovi degli Stati Uniti sui temi del Ministero di Riconciliazione della Chiesa, della difesa della vita e dell’ incoraggiamento alla devozione all’ Eucaristia. Questi insegnamenti sono anche i nostri; vogliamo qui riconfermare l’ appoggio ed il sostegno che lui vi ha dato in quei discorsi.

 

Anche se siamo nuovi nel Pontificato – solo agli inizi – noi desideriamo toccare argomenti di attualità che incidono profondamente sulla vita della Chiesa e che saranno i capisaldi del nostro ministero episcopale. Punto di partenza, secondo noi, è la famiglia cristiana. La famiglia cristiana è tanto importante, ed il suo ruolo così fondamentale per la trasformazione del mondo e l’ edificazione  del Regno di Dio, che il Concilio l’ ha definita “Chiesa domestica” (Lumen Gentium, 11).

 

Non stanchiamoci mai di considerare la famiglia come una comunità di amore : l’ amore coniugale unisce la coppia e genera nuove vite : è il riflesso dell’ amore divino e, secondo la “Gaudium et Spes”, fa parte dell’ alleanza di amore fra Cristo e la sua Chiesa (n. 48). A tutti noi è stata conferita la grazia di nascere in questa comunità di amore; sarà facile per noi sostenerne i valori.

Dobbiamo essere quindi il sostegno dei genitori nel ruolo di educatori della propria prole – la prima e migliore catechesi. Come è grande il loro compito : insegnare ai figli l’ amore di Dio, far sì che questo amore diventi per loro una cosa reale. E quante famiglie, sostenute dalla Grazia, svolgono facilmente il loro compito di primum seminarium (Optatam Totius, 2); il seme di una vocazione sacerdotale si nutre con la preghiera della famiglia, l’ esempio della fede e il sostegno dell’ amore.

Che cosa meravigliosa quando le famiglie prendono coscienza della propria forza nella santificazione dei coniugi e nella reciproca influenza fra genitori e figli. Inoltre, grazie alla testimonianza di amore delle loro vite, le famiglie possono portare agli altri lo Spirito di Cristo. Una delle grandi eredità del Concilio Vaticano II è stata la partecipazione dei laici – sopratutto, delle famiglie – alla missione salvifica della Chiesa. Non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per questo dono.

 

E’ nostro compito mantenere viva questa conquista del Concilio, sostenendo e tutelando la famiglia. Il nostro stesso ministero diventa così vitale : predicare il mondo di Dio e celebrare i sacramenti. E’ da loro che il nostro popolo trae la sua forza e la sua gioia. E’ nostro compito, inoltre, fortificare le famiglie nella fedeltà alla legge di Dio e della Chiesa. Non dobbiamo avere alcun timore nel proclamare le esigenze del mondo di Dio, perché Cristo è con noi e dice oggi come allora : “Chi ascolta voi, ascolta me” (Lu 10, 16). Un’ importanza particolare riveste l’ indissolubilità del matrimonio cristiano; anche se questa parte del nostro messaggio è difficile, dobbiamo proclamarla con convinzione, perché è parola di Dio e mistero della fede. Ma, allo stesso tempo, siamo vicini al nostro popolo, ai suoi problemi e alle sue difficoltà. Deve sempre sapere che noi lo amiamo.

 

Oggi desideriamo esprimere il nostro compiacimento ed il nostro apprezzamento per tutti gli sforzi fatti per tutelare e proteggere la famiglia, così come Dio l’ ha creata e come Dio la desidera. Le famiglie cristiane di tutto il mondo si impegnano a rispondere alla loro meravigliosa vocazione e noi siamo vicini a tutte. I sacerdoti ed i religiosi si prodigano per assisterle e proteggerle. Tutti questi sforzi meritano la più alta considerazione. Un nostro speciale incoraggiamento va a coloro che aiutano le coppie a prepararsi al matrimonio cristiano, rendendole partecipi degli insegnamenti della Chiesa e degli ideali più alti della famiglia. Desideriamo aggiungere una particolare parola di apprezzamento per coloro, sopratutto sacerdoti, che prestano la loro opera generosa ed instancabile nei tribunali ecclesiastici, fedeli all’ insegnamento della Chiesa, per salvaguardare il vincolo matrimoniale, per dare testimonianza della sua indissolubilità secondo l’ insegnamento di Gesù, e per assistere le famiglie nei momenti di necessità.

 

La santità della famiglia cristiana è certamente il mezzo più idoneo a produrre quel sereno rinnovamento della Chiesa che il Concilio così ardentemente auspica.

Grazie alla preghiera della famiglia l‘ ecclesia domestica diventa una realtà effettiva e porta alla trasformazione del mondo. L’ impegno dei genitori nell’ infondere l’ amore di Dio nei figli, sostenendoli con l’ esempio, è la più alta forma di apostolato del XX secolo. Ai genitori che si trovano ad affrontare problemi particolari va tutta la nostra sollecitudine pastorale e tutto il nostro amore.

 

Cari fratelli, desideriamo che voi sappiate qual’ è l’ ordine di precedenza dei nostri compiti. Facciamo tutto il possibile per la famiglia cristiana, così che il nostro popolo possa rispondere alla sua grande vocazione di gioia cristiana e possa prender parte intimamente ed efficacemente alla missione salvifica della Chiesa – che è missione di Cristo. Sappiate che vi siamo vicini nell’ amore del Signore Gesù e di cuore vi impartiamo la nostra Benedizione Apostolica.

 

 

 

 

 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO I 
AL SINDACO DI ROMA

 

Sabato 23 settembre 1978

 

Onorevole Signor Sindaco,

Le sono vivamente grato per queste espressioni deferenti e sincere che Ella, facendosi interprete dei Colleghi della pubblica Amministrazione e dell'intera Cittadinanza Romana, ha voluto rivolgermi durante l'itinerario che dalla residenza Vaticana mi porta alla Cattedrale di San Giovanni in Laterano.

Questa sosta intermedia ai piedi del colle del Campidoglio ha per me un particolare significato non soltanto per il carico di memorie storiche che qui s'intrecciano e congiuntamente interessano la Roma civile e la Roma cristiana, ma anche perché mi consente un primo, diretto contatto con i Responsabili della vita cittadina e del suo retto ordinamento. Essa è, perciò, un'occasione propizia per porger loro il mio cordiale e beneaugurante saluto.

I problemi dell'Urbe, ai quali con motivata preoccupazione Ella ha accennato, mi trovano particolarmente attento e sensibile in ragione della loro urgenza, della loro gravità e, soprattutto, dei disagi e dei drammi umani e familiari, di cui non di rado sono il segno manifesto. Come Vescovo della Città, ch'è la sede primigenia del ministero pastorale affidatomi, più acutamente sento riflesse nel cuore queste sofferte esperienze, e sono da esse sollecitato alla disponibilità, alla collaborazione, a quell'apporto di ordine morale e spirituale, quale corrisponde alla specifica natura del mio servizio, per poterle almeno alleviare. Questo dico, oltre che a titolo personale, anche a nome dei figli della Chiesa di Dio qui in Roma: dei Vescovi miei collaboratori, dei sacerdoti e dei religiosi, dei membri delle associazioni cattoliche e dei singoli fedeli, in vario modo impegnati nell'azione pastorale, educativa, assistenziale, scolastica.

La speranza, di cui ho con piacere sentito l'eco nel suo cortese indirizzo, è per noi credenti - come ho ricordato nell'udienza generale di mercoledì scorso - una virtù obbligatoria ed è un dono eletto di Dio. Valga essa a ridestare in ciascuno di noi e, come confido, in tutti i Concittadini di buona volontà, energie e propositi; valga ad ispirare iniziative e programmi, perché quei problemi abbiano la conveniente soluzione, e Roma resti fedele, nei fatti, a quegli ideali inconfondibilmente cristiani che si chiamano fame e sete di giustizia, attivo contributo alla pace, superiore dignità del lavoro umano, rispetto ed amore per i fratelli, solidarietà a tutta prova verso quelli più deboli.

 

 

 

OMELIA PER LA “PRESA DI POSSESSO”

DELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO

 

Sabato 23 settembre 1978

Ringrazio di cuore il Cardinale Vicario per le delicate parole, con le quali - anche a nome del Consiglio Episcopale, del Capitolo Lateranense, del Clero, dei Religiosi, delle Religiose e dei fedeli - ha voluto esprimere la devozione ed i propositi di fattiva collaborazione nella diocesi di Roma. Prima testimonianza concreta di questa collaborazione vuol essere la somma ingente raccolta tra i fedeli della diocesi e messa a mia disposizione per provvedere di chiesa e di strutture parrocchiali una borgata periferica della Città, ancora priva di questi essenziali sussidi comunitari di vita cristiana. Ringrazio veramente commosso.

1. Il maestro delle cerimonie ha scelto le tre letture bibliche per questa solenne liturgia. Le ha giudicate adatte ed io cerco di spiegarvele.

La prima lettura (Is. 60, 1-6) può venir riferita a Roma. È noto a tutti che il Papa in tanto acquista autorità su tutta la Chiesa in quanto è vescovo di Roma, successore cioè, in questa città, di Pietro. Ed in grazia specialmente di Pietro, la Gerusalemme di cui parlava Isaia, può essere considerata una figura, un preannuncio di Roma. Anche di Roma, in quanto sede di Pietro, luogo del suo martirio e centro della Chiesa cattolica, si può dire: « sopra di te, risplenderà il Signore e la Sua gloria si manifesterà... i popoli cammineranno alla tua luce » (Is. 60, 2). Ricordando i pellegrinaggi degli Anni Santi e quelli che continuano a svolgersi negli anni normali con costante afflusso, si può, col profeta, apostrofare Roma così: « Gira intorno gli occhi e guarda:... figli vengono a te da lontano... si riverserà sopra di te la moltitudine delle genti del mare e le schiere dei popoli verranno a te » (Is. 60, 4-5). È un onore questo per il Vescovo di Roma e per voi tutti. Ma è anche una responsabilità. Troveranno, qui, i pellegrini un modello di vera comunità cristiana? Saremo capaci, noi, con l'aiuto di Dio, vescovo e fedeli, di realizzare qui le parole di Isaia scritte sotto quelle citate prima, e cioè: « non si udrà più parlare di violenza nella tua terra... il tuo sarà un popolo tutto di giusti »? (Is. 60, 18.21).

Pochi minuti fa il Prof. Argan, sindaco di Roma, mi ha rivolto un cortese indirizzo di saluto e di augurio. Alcune delle sue parole m'hanno fatto venire in mente una delle preghiere, che fanciullo, recitavo con la mamma. Suonava così: « i peccati, che gridano vendetta al cospetto di Dio sono... opprimere i poveri, defraudare la giusta mercede agli operai ». A sua volta, il parroco mi interrogava alla scuola di catechismo: « I peccati, che gridano vendetta al cospetto di Dio, perché sono dei più gravi e funesti? ». Ed io rispondevo col Catechismo di Pio X: « ... perché direttamente contrari al bene dell'umanità e odiosissimi tanto che provocano, più degli altri, i castighi di Dio » (Catechismo di San Pio X, n. 154). Roma sarà una vera comunità cristiana, se Dio vi sarà onorato non solo con l'affluenza dei fedeli alle chiese, non solo con la vita privata vissuta morigeratamente, ma anche con l'amore ai poveri. Questi - diceva il diacono romano Lorenzo - sono i veri tesori della Chiesa; vanno, pertanto, aiutati, da chi può, ad avere e ad essere di più senza venire umiliati ed offesi con ricchezze ostentate, con denaro sperperato in cose futili e non investito - quando possibile - in imprese di comune vantaggio.

2. La seconda lettura (Hebr. 13, 7-8; 15-17; 20-21) adatta ai fedeli di Roma. L'ha scelta, come ho detto, il Maestro delle cerimonie. Confesso che parlando essa di obbedienza, mi mette un po' in imbarazzo. È così difficile, oggi, convincere, quando si mettono a confronto i diritti della persona umana con i diritti dell'autorità e della legge! Nel libro di Giobbe viene descritto un cavallo da battaglia: salta come una cavalletta e sbuffa; scava con lo zoccolo la terra, poi si slancia con ardore; quando la tromba squilla, nitrisce di giubilo; fiuta da lungi la lotta, le grida dei capi e il clamore delle schiere (cfr. Giobbe, 39, 15-25). Simbolo della libertà. L'autorità, invece, rassomiglia al cavaliere prudente, che monta il cavallo e, ora con la voce soave, ora lavorando saggiamente di speroni, di morso e di frustino, lo stimola, oppure ne modera la corsa impetuosa, lo frena e lo trattiene. Mettere d'accordo cavallo e cavaliere, libertà e autorità, è diventato un problema sociale. Ed anche di Chiesa. Al Concilio s'è tentato di risolverlo nel quarto capitolo della « Lumen Gentium ». Ecco le indicazioni conciliari per il « cavaliere »: « I sacri pastori, sanno benissimo quanto contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutta la missione della salvezza che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma che il loro magnifico incarico è di pascere i fedeli e di riconoscere i loro servizi e i loro carismi, in modo che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, all'opera comune » (L.G., 30). Ed ancora: sanno anche, i pastori, che « nelle battaglie decisive è talvolta dal fronte che partono le iniziative più indovinate » (L.G. 37, nota 7). Ecco, invece, un'indicazione del Concilio per il « generoso destriero » cioè per i laici: al vescovo « i fedeli devono aderire come la Chiesa a Gesù Cristo e come Gesù Cristo al Padre » (L.G., 27). Preghiamo che il Signcre aiuti sia il vescovo che i fedeli, sia il cavaliere che i cavalli. M'è stato detto che nella diocesi di Roma sono numerose le persone che si prodigano per i fratelli, numerosi i catechisti; molti anche aspettano un cenno per intervenire e collaborare. Che il Signore ci aiuti tutti a costituire a Roma una comunità cristiana viva e operante. Non per nulla ho citato il capitolo quarto della « Lumen Gentium »: è il capitolo della « comunione ecclesiale ». Quanto detto, però, riguarda specialmente i laici.

I sacerdoti, i religiosi e le religiose, hanno una posizione particolare, legati come sono o dal voto o dalla promessa di obbedienza. Io ricordo come uno dei punti solenni della mia esistenza il momento in cui, messe le mie mani in quelle del vescovo, ho detto: « Prometto ». Da allora mi sono sentito impegnato per tutta la vita e mai ho pensato che si fosse trattato di cerimonia senza importanza. Spero che i sacerdoti di Roma pensino altrettanto. Ad essi ed ai religiosi S. Francesco di Sales ricorderebbe l'esempio di S. Giovanni Battista, che visse nella solitudine, lontano dal Signore, pur desiderando tanto di essergli vicino. Perché? Per obbedienza; « sapeva - scrive il santo - che trovare il Signore all'infuori dell'obbedienza significava perderlo » (F. De Sales, Oeuvres, Annecy, 1896, p. 321).

3. La terza lettura (Mt. 28, 16-20) ricorda al vescovo di Roma i suoi doveri. Il primo è di « ammaestrare », proponendo la parola del Signore con fedeltà sia a Dio sia agli ascoltatori, con umiltà ma con franchezza non timida. Tra i miei santi predecessori vescovi di Roma due sono anche Dottori della Chiesa: S. Leone, il vincitore di Attila, e S. Gregorio Magno. Negli scritti del primo c'è un pensiero teologico altissimo e sfavilla una lingua latina stupendamente architettata; non penso nemmeno di poterlo imitare, neppure da lontano.

Il secondo, nei suoi libri, è « come un padre, che istruisce i propri figlioli e li mette a parte delle sue sollecitudini per la loro eterna salvezza » (I. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. I, Torino 1929, p. 46). Vorrei cercare di imitare il secondo, che dedica l'intero libro terzo della sua « Regula Pastoralis » al tema « qualiter doceat », come cioè il pastore debba insegnare. Per quaranta interi capitoli Gregorio indica in modo concreto varie forme di istruzione secondo le varie circostanze di condizione sociale, età, salute e temperamento morale degli uditori. Poveri e ricchi, allegri e melanconici, superiori e sudditi, dotti e ignoranti, sfacciati e timidi, e via dicendo, in quel libro, ci sono tutti, è come la valle di Giosafat. Al Concilio Vaticano II parve nuovo che venisse chiamato « pastorale » non più ciò che veniva insegnato ai pastori, ma ciò che i pastori facevano per venire incontro ai bisogni, alle ansie, alle speranze degli uomini. Quel « nuovo » Gregorio l'aveva già attuato parecchi secoli prima, sia nella predicazione sia nel governo della Chiesa.

Il secondo dovere, espresso dalla parola « battezzare », si riferisce ai Sacramenti e a tutta la liturgia. La diocesi di Roma ha seguito il programma della CEI « Evangelizzazione e Sacramenti »; conosce già che evangelizzazione, sacramento e vita santa sono tre momenti di un unico cammino: l'evangelizzazione prepara al sacramento, il sacramento porta chi l'ha ricevuto a vivere cristianamente. Vorrei che questo grande concetto fosse applicato in misura sempre più larga. Vorrei pure che Roma desse il buon esempio in fatto di Liturgia celebrata piamente e senza « creatività » stonate. Taluni abusi in materia liturgica hanno potuto favorire, per reazione, atteggiamenti che hanno portato a prese di posizione in se stesse insostenibili e in contrasto col Vangelo. Nel fare appello, con affetto e con speranza, al senso di responsabilità di ognuno di fronte a Dio e alla Chiesa, vorrei poter assicurare che ogni irregolarità liturgica sarà diligentemente evitata.

Ed eccomi all'ultimo dovere vescovile: « insegnare ad osservare »; è la diaconia, il servizio della guida e del governare. Benché io abbia già fatto per vent'anni il vescovo a Vittorio Veneto e a Venezia, confesso di non aver ancora bene « imparato il mestiere ». A Roma mi metterò alla scuola di S. Gregorio Magno, che scrive: « sia vicino (il pastore) a ciascun suddito con la compassione; dimenticando il suo grado, si consideri eguale di sudditi buoni, ma non abbia timore di esercitare contro i malvagi i diritti della sua autorità. Ricordi: mentre tutti i sudditi levano al cielo ciò che egli ha fatto di bene, nessuno osa biasimare ciò che ha fatto di male; quando reprime i vizi, non cessi di riconoscersi con umiltà eguale ai fratelli da lui corretti; e si senta davanti a Dio tanto più debitore quanto più impunite restano le sue azioni davanti agli uomini » (Reg. Past. Parte II, cc. 5 e 6 passim).

Qui finisce la Spiegazione delle tre letture bibliche. Mi sia permesso aggiungere una sola cosa: è legge di Dio che non si possa fare del bene a qualcuno, se prima non gli si vuole bene. Per questo, S. Pio X, entrando patriarca a Venezia, aveva esclamato in S. Marco: « Cosa sarebbe di me, Veneziani, se non vi amassi? ». Io dico ai romani qualcosa di simile: posso assicurarvi che vi amo, che desidero solo entrare al vostro servizio e mettere a disposizione di tutti le mie povere forze, quel poco che ho e che sono.

Ed ecco il testo dell'indirizzo di saluto rivolto al Papa dal Cardinale Ugo Poletti.

Beatissimo Padre,

Intimamente unito ai Vescovi del Consiglio Episcopale di Roma, e al Capitolo Lateranense, ho la gioia e la responsabilità di riassumere i sentimenti di fede, di amore, di devozione, di disponibile collaborazione che Clero, Religiosi e popolo della vostra Diocesi Romana oggi desiderano manifestarvi con limpidezza e sincerità assoluta.

Annunciando questa Vostra visita alla Patriarcale Arcibasilica del SS.mo Salvatore in Laterano, custode della Cattedra del Vescovo di Roma, ho osato dire che si trattava di un incontro tutto romano, non già per mancanza di riguardo o di considerazione ai Membri della Curia della Santa Sede, che pure si chiama Romana, o agli illustri Rappresentanti di tanti popoli fratelli qui presenti a farVi onore, bensì per ricordare a noi stessi una particolare dimensione di vita ecclesiale e una conseguente responsabilità, che deriva dal vincolo nostro con la Vostra Persona.

Siamo figli Vostri, come tutti i membri della Chiesa Cattolica, ma con una peculiarità che è unica: questa santa Chiesa diocesana di Roma appartiene solo a Voi e nessun Confratello nell'Episcopato può condividerne con Voi la paternità.

Siamo Vostra personale porzione ed eredità, rappresentata da quella Cattedra di Pietro, di cui il Laterano è spiritualmente custode, con la quale avete pure ereditato la paternità e il Magistero Universale nella Chiesa Cattolica.

Abbiamo un titolo personale a ricevere da Voi nutrimento e sostegno con la Parola di Dio, con l'esercizio della carità e pazienza paterna, con l'attenzione e sollecitudine immediata, affinché la nostra Fede non venga meno e la nostra vita cristiana non si illanguidisca.

Tuttavia se ci fermassimo a queste sole considerazioni saremmo figli inerti, gretti, meschini: non saremmo certo Vostra corona e gaudio.

Noi Vi ringraziamo per questo incontro, nella presa di possesso della Vostra Cattedra Episcopale, perché ci date la gioia di avvertire più acutamente e filialmente alcune nostre responsabilità attive, gravi e stimolanti.

Noi avvertiamo che, a causa dell'intima comunione del Popolo di Dio col suo Vescovo, siamo pure in qualche modo partecipi del grave compito Vostro della costruzione della Santa Chiesa nel mondo. Non solo in Roma noi dobbiamo dare spazio e corpo, avvertibile dovunque alla Vostra azione pastorale ed alla Vostra carità; non solo, come figli che abitano in casa, dobbiamo aiutare il Padre nell'accoglienza dei fratelli che vengono da lontano; ma dalla Vostra stessa presenza e missione siamo aiutati, come nessun altro, a crescere in una dimensione di Fede veramente cattolica, in una testimonianza di carità verso i poveri, gli umili, i piccoli, gli emarginati che sia palesemente percepita dalle altre Chiese sorelle.

Sono doveri che la Vostra presenza qui, oggi ci ricorda con una autorevolezza unica.

Profondamente consapevoli delle nostre debolezze, limitazioni e contraddizioni, che, nella vita ecclesiale della Città si mescolano alle singolari sue capacità di bene e a forze vive cristiane, operanti ad ogni livello, culturale, popolare, di dirigenza o di comunità, noi avvertiamo un'altra responsabilità della « comunione ecclesiale » con Voi, nostro Vescovo e Padre: noi costituiamo per Voi lo spazio di verifica di tutto il bene e il dolore che, in espressioni e dimensioni diverse, si muove e si estende nel mondo. Per usare un termine tecnico moderno, la Diocesi di Roma costituisce per il Papa l'« indagine campione » immediata, viva, gioiosa o dolorante, della vita umana e cristiana diffusa in tutto il mondo.

Forse per questo le tensioni, aspirazioni, possibilità operative, compensi e squilibri sociali, morali, religiosi che esistono inevitabilmente in ogni città, forse anche in proporzioni maggiori, tuttavia a Roma assumono un'eco singolare e mondiale, che viene immediatamente percepita. Cosicché, a mano a mano che conoscerete intimamente la Vostra Chiesa diocesana, Voi avvertirete misteriosamente la pulsazione del cuore del mondo.

Riflettendo su questa situazione, noi ci sentiamo impegnati a darVi un contributo, quanto più possibile vero, autentico, per facilitare la Vostra missione di Pastore e Padre universale.

Siamo presuntuosi? Compatiteci, Padre Santo, come deboli creature; comprendeteci come persone volenterose; amateci e sosteneteci come figli sinceri, che vogliono esservi fedeli.

Sul filo di queste considerazioni, la gioia esplosiva della Vostra Chiesa nell'incontro col suo Vescovo, si fa più riflessiva e consapevole. La gioia non può sostituire il dovere, ma dal dovere avvertito e compiuto si consolida la gioia portatrice di nuovi frutti.

Voi - in una continuazione dell'opera del venerato Papa Paolo VI, fatta così umana e sensibile negli ultimi anni - già ci avete dato molto in fiducia, in amabile paternità e ancor più ci darete in fortezza spirituale e in assistenza magisteriale e morale.

Noi, piccoli, che cosa possiamo offrirvi? Un dono che rientri nella collaborazione di Fede e di carità, in aiuto dei più poveri.

Parrocchie, Istituti Religiosi e fedeli hanno risposto generosamente all'invito, da me lanciato, di offrirvi la possibilità di costruire una « casa di Dio e di carità fraterna » in una borgata modesta di Roma: a Castelgiubileo sulla Salaria, dove la Parrocchia dei Santi Crisante e Daria è ancor priva di tutte le strutture parrocchiali.

Sono stati raccolti finora oltre cento milioni; il primo dono paterno che Papa Giovanni Paolo offre alla sua Diocesi di Roma.

Benedite, Padre Santo, il Cardinale Vicario e i Vescovi Vostri collaboratori, il Venerando Capitolo e Clero Lateranense, il Presbiterio diocesano coi Seminari e con gli Istituti; ma soprattutto la Città e Diocesi di Roma, con tutti i suoi responsabili religiosi e civili, e specialmente coi suoi figli, in particolare i più poveri e gli ammalati, con l'auspicio di Maria « Salus Populi Romani ».

 

 

 

 

 

DISCORSO AD UN GRUPPO DI VESCOVI DELLE FILIPPINE

IN VISITA “AD LIMINA APOSTOLORUM”

 

Giovedì, 28 settembre 1978

Cari fratelli in Cristo,

Nel ricevervi con profondo affetto desideriamo ricordarvi un passo del breviario, che ci ha colpito profondamente. Riguarda Cristo ed è stato citato da Paolo VI nel corso della sua visita nelle Filippine : “Devo essere testimone del suo nome : Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente ... Egli è il Re del nuovo mondo; è il segreto della storia : è la chiave del nostro destino” (XIII Domenica dell’ anno : Omelia del 29 novembre 1970).

Da parte nostra, speriamo di darvi il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento nella grande missione dell’ episcopato : annunciare Gesù Cristo ed evangelizzare il suo popolo.

 

Tra i diritti dei fedeli, uno dei più grandi è quello di ricevere la parola di Dio nella sua integrità e nella sua purezza, con tutte le sue esigenze e con il suo potere. Una grande sfida dei nostri tempi è l’ evangelizzazione piena di tutti i battezzati. In questo, i Vescovi hanno una grossa responsabilità. Il nostro messaggio deve essere un chiaro annuncio della salvezza in Gesù Cristo. Dobbiamo ripetere con Pietro, dinnanzi al mondo : “Tu hai parole di vita eterna” (Io. 6, 69).

 

Per noi evangelizzare significa diffondere il nome di Gesù, far conoscere la sua identità, i suoi insegnamenti, il suo Regno, le sue promesse. E la sua più alta promessa è la vita eterna. E veramente le parole di Gesù ci conducono alla vita eterna.

In una recente udienza generale, parlammo della fede nella vita eterna. Siamo convinti della necessità di esaltare questo punto, per completare il nostro messaggio, per renderlo conforme all’ insegnamento di Gesù.

 

A imitazione del Signore, che “passò facendo del bene” (Act. 10, 38), la Chiesa ha il compito irrevocabile di sollevare dal bisogno e dalla miseria fisica. Ma la sua carità pastorale non sarebbe completa se non si rivolgesse anche alle “più alte necessità”. Nelle Filippine, Paolo VI fece precisamente questo. Nel momento in cui decise di parlare della povertà, della giustizia e della pace, dei diritti dell’ uomo, della liberazione economica e sociale, proprio quando in lui la Chiesa operava contro la miseria, egli non rimase in silenzio dinnanzi al “più alto bene”, la pienezza della vita del Regno dei Cieli.

Ora più che mai dobbiamo aiutare il nostro popolo a capire quanto abbia bisogno di Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio di Maria. E’ il Salvatore, la chiave del loro destino e del destino di tutta l’ umanità.

 

Cari fratelli, siamo strettamente uniti a voi nella vostra opera di evangelizzazione : nel formare i catechisti, nel promuovere l’ apostolato biblico, nell’ assistere e nel incoraggiare i vostri preti nella loro grande missione al servizio della parola di Dio, nel guidare i vostri fedeli alla comprensione e all’ assolvimento dei doveri di amore e di giustizia cristiana. Li teniamo in grandissimo conto, insieme con tutto ciò che fate per il Regno dei Cieli, in modo particolare, ci è a cuore la vocazione missionaria, e speriamo fervidamente che essa fiorisca tra i vostri giovani.

 

Sappiamo che i filippini sono portatori della luce di Cristo nell’ Estremo Oriente : coloro che annunciano la sua verità, il suo amore, la sua giustizia e la salvezza mediante la parola e l’ esempio, principalmente tra i loro vicini, i popoli dell’ Asia. Sappiamo che per questo compito voi impiegate un grande mezzo di comunicazione : Radio Veritas. E’ nostra grande speranza che di questo strumento e di ogni altro mezzo si avvalgano i filippini per affermare con tutta la Chiesa che Gesù Cristo è il Figlio di Dio e il Salvatore del mondo.

 

I nostri saluti vadano a tutta la vostra comunità, specialmente ai preti e alle religiose. Vi incoraggiamo a raggiungere una sempre più grande santità di vita, come condizione per una soprannaturale efficacia del vostro apostolato. Amiamo e benediciamo le famiglie delle vostre diocesi e tutto il laicato. Chiediamo agli infermi e agli handicappati di capire quale importante parte abbiano nel piano di Dio e quanto l’ evangelizzazione dipenda da loro.

 

A tutti voi, fratelli, impartiamo la nostra speciale benedizione apostolica, invocando su di voi gioia e forza in Gesù Cristo.

 

 

 

 

 

 

AI GESUITI

 

 

Messaggio (postumo) che il Pontefice doveva rivolgere durante l’ udienza ai procuratori della Compagnia di Gesù, il 30 settembre 1978.

 

 

Carissimi Padri della Compagnia di Gesù !

 

A tre anni dalla conclusione della XXXII Congregazione Generale siete venuti da tutte le Province dell’ Ordine a Roma per riflettere insieme, per consultarvi, per fare un esame di coscienza, intorno al vostro Preposito Generale, circa la vita e l’ apostolato della Compagnia, secondo quanto prescrivono le Costituzioni.

 

Desidero dirvi, anzitutto, la mia gioia per questo mio primo incontro con un gruppo così qualificato di figli di S. Ignazio e, altresì, manifestare a voi, ed in voi a tutti i vostri confratelli sparsi per il mondo, la riconoscenza della Chiesa per tutto il bene che il vostro Ordine, fin dalla sua fondazione, ha operato nella Chiesa : un gruppo unito e compatto, quasi una “compagnia di ventura”, desiderosa di mettersi, non alla mercé delle ambizioni politiche di signorotti della terra, ma “sub crucis vexillo Deo militare, et soli Domino et Ecclesiae Ipsius Sponsae, sub Romano Pontifice, Christi in terris Vicario, servire”. L’ iniziale piccolo gruppo, riunito attorno ad Ignazio di Loyola, non si lasciò scoraggiare da alcuna difficoltà, ma, dilatando i propri orizzonti, si lanciò, “ad maiorem Dei gloriam”, alle forme più svariate di apostolato, come sono già descritte nella “Formula Instituti”, approvata dal mio Predecessore Paolo III, nel 1540, e confermata da Giulio III, nel 1550. La Compagnia di Gesù, aperta fin dalle sue origini alle complesse problematiche spirituali emergenti dalla cultura rinascimentale, si presentava saldamente compatta ed unita con uno speciale vincolo al Romano Pontefice a Lui obbedendo “sine ulla tergiversatione aut excusatione illico” ad ogni disposizione concernente il progresso spirituale delle anime, la propagazione della fede e le missioni.

 

I Papi hanno costantemente e puntualmente voluto esternarvi la loro fiducia. Non posso, in questo momento, non ricordare il mio immediato e venerato Predecessore, il compianto Paolo VI, il quale ha tanto amato, ha tanto pregato, ha tanto operato, ha tanto sofferto per la Compagnia di Gesù. Cito – tra i suoi vari documenti, testimoni della sua paterna sollecitudine per il vostro Ordine – la Lettera del 15 settembre 1973, scritta in vista della convocazione della XXXII Congregazione Generale; il mirabile discorso del 3 dicembre 1974, proprio all’ inizio della medesima Congregazione Generale, nel quale, parlando anche nella sua qualità di “Superiore Supremo della Compagnia”, dava alcune preziose indicazioni come espressione delle sue speranze nei lavori che stavano per iniziare; ed infine, la Lettera del 15 febbraio 1975, nella quale, ribadendo il suo “rispetto profondo e l’ amore appassionato” verso la Compagnia, riaffermava che essa aveva “una spiritualità, una dottrina, una disciplina, un’ obbedienza, un servizio, un esempio da custodire, da testimoniare”. Ho provato sereno conforto nell’ apprendere che, tra gli argomenti che dovrete trattare nelle vostre riflessioni in comune, ci sarà anche quello che riguarda l’ applicazione delle osservazioni fatte dal Santo Padre Paolo VI.

 

Anch’ io mi unisco ai miei Predecessori nel dirvi l’ affetto che provo per il vostro Ordine, tra l’ altro, anche per la lunga consuetudine che mi ha legato al Padre Felice Cappello, mio conterraneo e lontano parente, la cui memoria è sempre in benedizione.

Ma poiché voi, in questi giorni nel raccoglimento e nella preghiera, dovete procedere ad un esame circa lo stato della Compagnia, mediante una valutazione sincera, realistica e coraggiosa della situazione oggettiva, analizzandole, se necessario, le deficenze, le lacune, le zone d’ ombra, voglio affidare alla vostra responsabile meditazione, alcuni punti che mi stanno particolarmente a cuore. Nel vostro lavoro apostolico abbiate sempre presente il fine proprio della Compagnia “Istituita principalmente per la difesa e propagazione della fede e per il profitto delle anime nella vita e dottrina cristiana” (Formula dell’ Istituto). A questo fine spirituale e soprannaturale va subordinata ogni altra attività, che dovrà essere esercitata in maniera adatta ad un Istituto religioso e sacerdotale. Voi ben conoscete e giustamente vi preoccupate dei grandi problemi economici e sociali, che oggi travagliano l’ umanità e tanta connessione hanno con la vita cristiana. Ma, nella soluzione di questi problemi, sappiate sempre distinguere i compiti dei sacerdoti religiosi da quelli che sono propri dei laici. I sacerdoti devono ispirare e animare i laici all’ adempimento dei loro doveri, ma non devono sostituirsi ad essi, trascurando il proprio specifico compito nella azione evangelizzatrice.

 

Per questa azione evangelizzatrice, S. Ignazio esige dai suoi figli una soda dottrina, acquistata mediante una lunga e accurata preparazione. Ed è stata una caratteristica della Compagnia la cura sollecita di presentare nella predicazione e nella direzione spirituale, nell’ insegnamento e nella pubblicazione di libri e riviste, una dottrina solida e sicura, pienamente conforme all’ insegnamento della Chiesa, per cui la sigla della Compagnia costituiva una garanzia per il popolo cristiano e vi meritava la particolare fiducia dell’ Episcopato.

Procurate di conservare questa encomiabile caratteristica; non permettete che insegnamenti e pubblicazioni di gesuiti abbiano a causare confusione e disorientamento in mezzo ai fedeli; ricordatevi che la missione affidatavi dal Vicario di Cristo è di annunciare, in maniera bensì adatta alla mentalità di oggi, ma nella sua integrità e purezza, il messaggio cristiano, contenuto nel deposito della rivelazione, di cui interprete autentico è il Magistero della Chiesa.

 

Questo naturalmente comporta che negli istituti e facoltà, ove si formano i giovani gesuiti, sia parimente insegnata una dottrina solida e sicura, in conformità con le direttive contenute nei decreti conciliari e nei successivi documenti della Santa Sede riguadanti la formazione dottrinale degli aspiranti al sacerdozio. E ciò è tanto più necessario in quanto le vostre scuole sono aperte a numerosi seminaristi, religiosi e laici, che le frequentano proprio per la sodezza e sicurezza di dottrina che sperano di attingervi.

Insieme con la dottrina, deve starvi particolarmente a cuore la disciplina religiosa, che ha pure costituito una caratteristica della Compagnia ed è stata da alcuni indicata come il segreto della sua forza. Acquistata attraverso la severa ascesi ignaziana, alimentata da un’ intensa vita spirituale, sorretta dall’ esercizio di una matura e virile obbedienza, essa naturalmente si manifestava nell’ austerità della vita e nell’ esemplarità del comportamento religioso.

 

Non lasciate cadere queste lodevoli tradizioni; non permettete che tendenze secolarizzatrici abbiano a penetrare e turbare le vostre comunità, a dissipare quell’ ambiente di raccoglimento e di preghiera in cui si ritempra l’ apostolo, ed introducano atteggiamenti e comportamenti secolareschi, che non si addicono a religiosi. Il doveroso contatto apostolico col mondo non significa assimilazione al mondo; anzi, esige quella differenziazione che salvaguarda l’ identità dell’ apostolo, in modo che veramente sia sale della terra e lievito capace di far fermentare la massa.

Siate perciò fedeli alle sagge norme contenute nel vostro Istituto; e siate parimente fedeli alle prescrizioni della Chiesa riguardante la vita religiosa, il ministero sacerdotale, le celebrazioni liturgiche, dando l’ esempio di quella amorosa docilità alla “nostra Santa Madre Chiesa gerarchica” – come scrive S. Ignazio nelle “Regole per il retto sentire con la Chiesa” – perché essa è la “vera sposa di Cristo, Nostro Signore” (cf. Exerc. Spirit., n. 353). Questo atteggiamento di S. Ignazio verso la Chiesa deve essere tipico anche dei suoi figli; e mi piace a questo proposito ricordare la lettera dello stesso Santo a S. Francesco Borgia, del 20 settembre 1548, nella quale raccomandava “L’ umiltà e la riverenza verso la nostra Santa Madre Chiesa e quelli che hanno il compito di governarla e di ammaestrarla” (Epist. et Instruct., 11, 236).

 

Accogliete queste mie paterne raccomandazioni con lo stesso spirito di sincera carità con cui ve le rivolgo, unicamente desideroso che la vostra e mia Compagnia anche oggi pienamente corrisponda alle intenzioni del Fondatore ed alle attese della Chiesa e del mondo. Precedano i Superiori col loro esempio “Forma facti gregis ex animo” (1 Petr. 5, 3) e con la loro azione paterna, ma ferma e concorde, conscii della loro responsabilità davanti a Dio e alla Chiesa. Cooperino tutti i Padri e Fratelli, memori dei sacri impegni che hanno assunto con la loro professione religiosa in questo Ordine, unito al Vicario di Cristo con uno speciale vincolo di amore e di servizio.

E’ il Vicario di Cristo che vi parla, è il nuovo Papa che tanto aspetta e spera della Compagnia, dal suo molteplice e coraggioso apostolato, e ripete fiduciosamente all’ odierno Preposito Generale quel detto, attribuito – se ben ricordo – a Papa Marcello II e rivolto a S. Ignazio : “Tu milites collige et bellatores instrue; nos utemur” (N. Orlandini, Historia Societatis Iesu, p. I, I. XV, n. 3).

 

La Chiesa anche oggi ha bisogno di apostoli fedeli e generosi che, come tanti figli della Compagnia, sappiano intraprendere e sostenere le più gravi e urgenti imprese apostoliche. “Ovunque nella Chiesa – diceva il mio venerato Predecessore Paolo VI – anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto fra le esigenze brucianti dell’ uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i Gesuiti” (Discorso del 3 dicembre 1974).

Ma quanto più ardue e difficili sono le imprese apostoliche a cui siete chiamati, tanto maggiore è la necessità di intensa vita interiore e costante unione con Dio, di cui S. Ignazio vi ha lasciato così luminoso esempio. Da semplice Vescovo, quante volte ho portato S. Ignazio come modello da imitare ai miei sacerdoti ! “Sia ciascuno di voi come Ignazio, in contemplatione activus et in actione contemplativus”, dicevo. E sottolineavo che già S. Agostino aveva scritto : “Nessuno deve essere così contemplativo da non pensare all’ utilità del prossimo; né così attivo da non cercare contemplazione di Dio” (De Civ. Dei, XIX, 19; PL 41, 647).

Per realizzare questo ideale è necessario vivere intimamente la propria consacrazione a Dio, osservare in pienezza i voti religiosi, conformarsi fedelmente alle regole del proprio Istituto, come hanno fatto i Santi della vostra Compagnia. Proprio nel giorno della sua professione religiosa, il gesuita S. Pietro Claver sottoscriveva l’ atto con le parole : “Pietro, schiavo dei negri per sempre”, consegnandosi, per i quarant’ anni di vita che gli rimanevano, alle stive delle navi negriere, al porto e alle capanne di Cartagena, fratello vero di tutti i miseri che, dall’ Africa, venivano portati a lavorare come schiavi in America. Anch’ egli, però, in questa immane opera, come S. Ignazio, fu “in actione contemplativus”, fedelissimo, nella lettera e nello spirito, alle Regole della Compagnia.

 

In questo modo, il fervore delle opere, unito alla santità della vita autenticamente religiosa, renderà efficace e feconda la vostra azione apostolica e sarà un magnifico esempio, che avrà un benefico influsso, sia nella Chiesa, sia specialmente in molti istituti religiosi, che guardano alla Compagnia di Gesù come un costante punto di riferimento.

 

Con questi voti, invoco sui vostri lavori, larga effusione dei lumi dello Spirito Santo e impartisco di gran cuore a voi ed a tutti i Padri e fratelli della Compagnia sparsi in ogni parte del mondo, la mia Paterna Benedizione Apostolica.

 

 

 

 

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