Omelie

Parte I

 

 

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Garba sentirci incoraggiati

 

Il fenomeno dei molti catechisti non è nuovo, ma è lieto. E più sarà lieto se i catechisti avranno le doti richieste. Prima, la vita pulita e splendente di bontà. Mi hanno sempre fatto impressione san Paolo e Manzoni. Scrisse il primo: "Tu insegni agli altri, ma insegni anche a te stesso?" (cfr. Rm 2, 21). Scrive il secondo, dopo aver esposto bellissime cose sulla religione: "Pensando al troppo male che sono stato e al poco bene che pur sono, mi vergogno spesso e talora mi rimorde dell' arrogarmi ch' io fo di celebrare la religione".

 

In religione si insegna, infatti, soprattutto quello che si è. Conoscere bene è altra dote. E non basta aver studiato; bisogna tenersi aggiornati: se non si studia, le nozioni scappano, piallate via del tempo, da idee e preoccupazioni estranee. Diceva san Bernardino da Siena: "... s' io non avessi imparato, voi non m' udireste le parole che io vi predico: che solo per lo studiare è venuto". Lo stesso però voleva anche che le cose dette fossero dette con chiarezza. E raccontò di due frati: uno bravissimo predicatore, che "diceva tanto sottile, ch' era una meraviglia"; l' altro "tanto grosso". Il primo fece la predica; il secondo l' ascoltò e la magnificò ai frati confratelli. E questi. "Dicci di quello ch' egli disse". E lui: "Voi avete perduta la più bella predica che voi poteste mai udire... Egli parlò tanto alto che io non ne intesi nulla".

 

Ma non basta neppure la chiarezza, se non l' accompagna l' amore, la passione delle idee trasmesse. Si tratta infatti di idee che servono per la vita e devono sfociare in azioni buone. Ora, tra le idee e l' azione, ci sono tappe obbligatorie da percorrere: io non faccio un' azione, se prima non la voglio; non la voglio, se prima non la desidero; non la desidero, se prima qualcuno non me l' ha presentata come desiderabile e simpatica. Occorre dunque caricare di simpatia le idee trasmesse, perché accendano forti desideri e mettano in moto la volontà degli uditori. Diceva Papa Giovanni: "La verità di Cristo, presentata senza cordialità, dolcezza e umiltà, rischia di farsi respingere".

 

 

SAPIENZA E LIEVITA'

 

Pio IX ha proclamato Dottore della Chiesa san Francesco di Sales soprattutto perché "seppe adattare la dottrina dei santi a tutte le situazioni dei fedeli sapienter et leniter, con sapienza e lievità". Quel santo ha insegnato e scritto molto, dicendo in succo: "la strada del paradiso è stretta, il viaggiarvi richiede sì fatica: ma il paesaggio, i dintorni sono belli, ridenti e c' è Dio che dà una mano".

 

Egli presenta sempre le cose dal lato migliore, con un tono grazioso e seducente: mostra la devozione amabile per renderla accessibile; non le leva neppure una delle spine, ma neanche una sola rosa. "Coloro che volevano dissuadere gli Ebrei - scrive - dall' andare nella Terra Promessa, dicevano ch' era un paese che divorava gli abitanti... ma Giosuè e Caleb protestavano che la Terra Promessa non era solo buona e bella, ma tale da renderne dolce e gradito il possesso... Così lo Spirito Santo e Gesù... ci assicurano che la vita divota è una vita dolce, piacevole, felice". Lui cercava di seguire il metodo dello Spirito Santo e di Gesù.

 

A Santa Giovanna di Chantal, un po' scrupolosa, scrive: "Vorrei ch' Ella avesse la pelle del cuore un po' più dura e non lasciasse di dormire per qualche piccola pulce". Ad un' altra: "Non s' indugi più a dare beccate sulla sua povera coscienza". Ad una terza: "Eh, mio Dio... s' inciprii pure i cappelli... anche i fagiani si lustrano le penne... per paura che s' annidino i pidocchi". Della stessa pasta scherzosamente catechistica era il san Bernardino sopraccitato, che dei vanitosi diceva: "Se tu vedi uno e una con questi grilli o con le frapole o con le trapole, pensa che così le grilla il capo... E come tu vedi le pazzie ne' vestimenti di fuora, così pensa che sta dentro nel cuore tutto pieno di chicchiricchì".

 

 

IL LATO NEGATIVO?

 

Imitava questi santi il catechista che esponeva la dura verità dell' inferno come segue: "L' inferno? Sì, esiste, ma dovete sapere che Dio si mette in mezzo sulla nostra strada per fermarci e impedire che vi caschiamo. E se qualcuno vi arriva, è segno che proprio ha voluto andarci contro mille sforzi di Dio, che rispetta la di lui libertà, ma cerca in tutte le maniere di portarlo in Paradiso. Lo stesso Giuda si sarebbe salvato, se avesse avuto fiducia. Ha sbagliato albero quel giorno. Fosse andato all' albero della croce, avesse gettato le braccia al collo di Gesù morente, sarebbe oggi un santo del Paradiso".

 

Battono invece la strada opposta quelli che preferiscono sempre il lato negativo al positivo. Ho visto una volta una vignetta, che rappresentava, in un salotto, la padrona di casa con un' amica in visita. Vi figuravano dei mobili scelti, ma, su di essi, c' erano tante scritte: "Non toccate il servizio di porcellana", "Non camminate sul pavimento lucido senza i sottopiedi", "Vietato poggiare il capo sul pizzo del sofà", "Non buttate la cenere per terra", "Attenzione al tappeto". Sotto la vignetta, nella leggenda: "Sì, ho un magnifico salotto - diceva la padrona - ma, non so perché, mio marito lo sfugge". E l' amica: "Mettici nuove scritte proibitive: garantito, tuo marito odierà questo salotto".

 

Così siamo fatti: i no moltiplicati ci paiono camicie di forza; ci urta essere supposti dagli altri cattivi o fiacchi. Garba, invece, sentirci incoraggiati e condotti come autentici prodi, a nuove conquiste di bene.

 

 

Inedito del 1972

Da "Humilitas", Nov. 1988

 

 

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Un campanellino e un campanone

 

 

Ogni anno, pochi giorni prima che si celebri la giornata del quotidiano, voi leggete o sentite leggere in chiesa la mia lettera. Quest' anno voglio che udiate, invece, alcuni pensieri recenti di Papa Paolo VI sull' argomento.

 

Un mese fa, a tutti i vescovi italiani radunati attorno a lui, egli ha parlato della "stampa cattolica". Siamo distanti - ha fatto capire - da quel che occorrerebbe, perché la stampa cattolica - sono sue parole testuali - è "ancora tanto bisognosa di unità, di sostegno, di vigore, di diffusione"; il suo problema - aggiungeva - è "uno dei problemi più gravi ed urgenti della vita cattolica".

 

Pochi giorni or sono, a settemila cattolici piemontesi, parlava ancora più forte. Ammoniva prima a non sottovalutare la potenza e l' influenza del giornale, dicendo: "E' un fenomeno formidabile. Gioca sulle sorti spirituali del popolo. Decide del sì e del no del Regno di Dio nella nostra società!"

 

Premesso questo, affermava: "Non è oggi il giornale cattolico un lusso superfluo o una devozione facoltativa, è uno strumento necessario per essere inseriti nella circolazione di quelle idee che la nostra fede alimenta e che, a loro volta, rendono servizio alla professione della nostra fede. Non è consentito, oggi, vivere senza avere un pensiero continuamente rifornito e aggiornato sulla storia che stiamo vivendo e preparando; e non è possibile avere tale pensiero, allineato sui principi cristiani, senza il rifornimento, il suggerimento, lo stimolo del giornale cattolico".

 

Sottolineava infine che leggere e sostenere il giornale cattolico è "dovere di ogni persona cattolica, di ogni famiglia cristiana almeno".

 

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Queste le parole del Papa. Se son vere (e sono vere!), se sono dette sul serio (e sono dette non sul serio ma con ansia e preoccupazione!) seguono delle conseguenze.

 

Prima. Io non sono a posto coi miei doveri di cristiano, se in casa mia, per me e per la famiglia, non faccio entrare il giornale cattolico.

 

Seconda. Se ho la possibilità e se qualcuno almeno di casa è solito o inclinato a leggere quotidianamente, o ha bisogno di leggere (nel senso che ogni giorno viene a contatto con chi i fatti glieli racconta a modo suo) il giornale cattolico che entra in famiglia, bisogna sia quotidiano cattolico!

 

Terza. Quando vado a confessarmi, devo fare su questo punto l' esame di coscienza ed il proponimento. Può essere peccato di omissione. Sarebbe cecità o miopia frugare con il lumino la propria anima per vedere se c' è ancora qualche impazienza o mormorazione da scroprire e non accorgersi di questa che è: 1) negligenza di nutrire la propria anima e di aggiornarla nei problemi religiosi; 2) insensibilità e disinteresse nei confronti della Chiesa e delle grandi battaglie che essa sta combattendo ogni giorno su decine di fronti; 3) mancanza di solidarietà con i fratelli cattolici che, spesso, sono lasciati soli e striminziti a sostenere spese e fatiche impossibili.

 

Cari diocesani!

Vi prego di riflettere sulle affermazioni del Papa. Quello che dicevo io gli altri anni, era un campanellino, suonato a richiamo, a discreto invito. Quello che dice il Papa, è un vero campanone, che non lascia dormire e mette ciascuna coscienza di fronte al proprio dovere!

Pensateci su fin d' ora e domenica 31 maggio prendete la vostra decisione responsabile!

Benedico di cuore.

 

Vittorio Veneto, 11 maggio 1964

Da "Humilitas", Feb. 1989

 

 

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Il sacramento dell' adulterio

 

 

 Non comincio dal Vangelo o dal concilio, ma da Sofia Arnould, cantante francese. Essa ha definito il divorzio: il sacramento dell' adulterio. Il quale sacramento non fu voluto accettare da Alcibiade, uno degli uomini più intelligenti e stravaganti che ebbe l' antica Grecia. La moglie Ipparata, afflitta per le di lui scappatelle, si recò dall' arconte per chiedere il divorzio. Ma Alcibiade, avvertito, arrivò dal magistrato nel tempo stesso della sposa; senza lasciarla parlare, la prese per la vita, la sollevò, se la caricò sulla spalla e se la portò a casa, affermando: "Senza di te non possiamo vivere né io né i nostri figli".

 

Andando più in là di Alcibiade, penso che l' amore matrimoniale sia donazione di sé all' altro, ma così intima e nobile, così ideale e fiduciosa, che da una parte pretende tutto, dall' altra esclude tutti. Quell' amore è amore decapitato, se ammette riserve, provvisorietà e rescindibilità. Sicché il divorzio è una spada di Damocle sull' amore dei coniugi: genera incertezza, timore, sospetto. "Domani forse mi lascerà! Forse andrà con quella che gli fa oggi da segretaria, così giovane, così graziosa, così istruita!". Il convivere stesso non è più abbandono fiducioso e donazione serena di sé, ma trepidazione, difesa istintiva, preparazione a un domani diverso. Anche la maternità suscita timori ("Perché mettere al mondo dei figli, se domani ci separiamo"). Perfino i momenti dell' intimità sono solcati da tristi baleni ("E se domani un' altra viene a sapere, beffandomi, di quanto succede tra noi").

Il divorzio toglie aiuti e salvaguardie necessarie alla nostra debolezza. Noi infatti non siamo degli angeli, anche nelle coppie più fortunate sono inevitabili le difficoltà: piccole crisi, malintesi, litigi, disaccordi, esplosioni di temperamento, parole che scappano ad una sposa stanca e suscettibile. Se non c' è divorzio in prospettiva, si cerca di superare questi momenti di tensione e di evitarli in avvenire. "Mi piace quella donna, ma bisogna che mi trattenga; sono legato per sempre". "Farei la civetta con quell' uomo, ma è sposato; non ne verrebbe che una relazione irregolare e disonorante; meglio lasciar perdere".

 

Cerco di spiegarmi meglio. Può succedere che uno sposo o una sposa - anche buoni - siano presi improvvisamente e inspiegabilmente da una passione veemente. Qual è la forza in quel momento di crisi? Questa: sapere che tentazioni del genere neppure si discutono, ma vanno tagliate con taglio netto, subito. Qual è, invece, la debolezza? Questa: poter dire a sé stessi che, insomma, cedendo ci si mette bensì fuori regola davanti a Dio, ma che c' è il mezzo di tenere la testa alta davanti agli uomini.

Il divorzio civile è proprio questo: il mezzo offerto dalla legge per tenere la testa alta davanti alla società, nonostante in coscienza si sia fuori posto. "Sacramento dell' adulterio". Aveva ragione Sofia Arnould. Almeno in certi casi.

Più dell' uomo, nel divorzio, è vittima la donna. Lui, anche se ha cinquant' anni, specie se ben provvisto di denaro, trova facilmente una donna giovane, piacente, con cui "rifarsi una vita". Ma lei? Specialmente se è un po' sciupata, perché ha dato tutto al marito, al lavoro, ai figli, chi la vuole? Eccola dunque buttata via come un limone spremuto, destinata quasi sempre o a una solitudine piena di tristezza o a una vita di costumi non buoni.

"Ma oggi la donna ha più indipendenza, mi sono sentito dire, lavora fuori casa con assicurazione e prospettive di pensione. Se innocente, ha anche l' assegno dell' ex marito". Tutto quel che volete, ma non si vive di solo pane, specialmente quando ci si era dedicati con tutto il proprio essere a un ideale, che si identifica con una persona. Ho visto di recente lo strazio di una madre separata dal marito, cui è concesso di avere il figlio quindicenne per due sole ore alla settimana. Essa non fa invidia davvero!

 

Ho accennato ai figli. Alla tragedia. Il pulcino, quando è maturo, rompe col becco il guscio dell' uovo e salta fuori. E già vestito, dopo pochi giorni mangia da sé, si cerca il becchime; ed è in grado di percorrere la propria via per conto suo, indipendentemente dalla chioccia che l' ha covato e badato. Non così i nostri bambini. Non è neppure nato il figlio, e la mamma si affanna e i genitori cominciano a spendere per il corredino. Nato, si continua a spendere per lui: abitini, calzette, minuscole scarpe, biancheria... Poi vengono giocattoli e libri. A quattordici anni, il figlio frequenta ancora la media e i genitori spendono per scuola e ripetizioni. E i denari sono ancora il meno: aumentano, col passare del tempo, le preoccupazioni: e gli esami, e il posto di lavoro, e la riuscita negli studi, e il livello di vita, e il matrimonio. Spesso il figlio ha 25 anni e grava ancora sulle spalle dei genitori, che pagano i suoi studi all' università.

Ho detto "i genitori". Intendo tutti e due; intendo i suoi genitori. Intendo dire che egli non solo ha bisogno di una famiglia, ma della sua famiglia.

Mettiamo ora che la famiglia si rompa: padre di qua, madre di là. Con chi va il figlio? Col padre? Ed allora, anche con una pseudo-matrigna: ma non potrà dimenticare la madre vera e comincerà presto a giudicare il padre. A quattordici anni, con le parole o con l' atteggiamento, gli dirà: "Perché è qui costei? Che cosa hai fatto di mia madre?". In questa situazione, com' è possibile al padre aver prestigio sul figlio? Va invece colla madre? Se rimane sola, sarà essa capace di dirigere, senza suo marito, la formazione di un ragazzo, che sta diventando uomo? Se accanto a lei ci sarà uno pseudo-patrigno e degli pseudo-fratelli, ritorniamo allo sbocco accennato sopra: dramma intimo e avviamento a una vita tormentata.

 

COME BERE UN BICCHIERE D'ACQUA

 

Tutti motivi sentimentali sono anche i casi pietosi e drammatici, che si portano per legittimare il divorzio. D' accordo, questi casi esistono e meritano tanta compresione. Restano, però, casi eccezionali e non conviene che una legge statale, per rimediare le eccezioni, metta in pericolo tutta una comunità. E' la tesi del romanzo Un divorzio di Paolo Bourget. Sulla nave è scoppiato il colera e le autorità del porto impediscono lo sbarco a tutti i passeggeri. Ma uno di questi si fa avanti: "Signor capitano, ho a terra il papà in fin di vita, m' ha chiamato dall' America con telegramma, devo vederlo ad ogni costo; ne va di mezzo anche l' eredità per me e per miei figli, mi lasci scendere!". "Mi duole tanto, risponde il capitano, ma non posso: non devo, per aiutare te, esporre una intera città al pericolo del contagio!". Negli stati divorzisti è avvenuto. "E' solo una piccola apertura". Invece, nessuno è stato più capace di chiudere la porta e di mettere un freno al divorzio dilagante. Per forza: indotto una volta il costume divorzista, fare divorzio è come bere un bicchiere d' acqua.

Ho scritto, lo ripeto: non a lume di Vangelo o di concilio, ma - penso - di senso comune.

 

 

12 aprile 1974

Da "Humilitas", Nov. 1989

 

 

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Un' abbondante provvista di mansuetudine

 

 

Don Bosco è un santo, che ha realizzato un' incredibile quantità di opere, impiegando il suo tempo all' interesse del cento per cento. Ciò che lo rende caro a tutto il mondo, però, è l' essere egli stato grande educatore di giovani. Per quarant' anni stette in mezzo ad essi come amico e padre, per così dire, "con le mani in pasta".

Il metodo educativo da lui usato e trasmesso ai suoi figli è un vero dono di Dio alla Chiesa; va aprezzato soprattutto oggi, quando il problema dei giovani preoccupa tanto. Mi permetto di farne qualche breve cenno.

 

NEL MODO PIU' DOLCE POSSIBILE

 

A chi si ispirò Don Bosco educatore?

A Cristo anzitutto, che, maestro sommo (cfr. Gv 13, 14) disse: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt. 11, 29); a Cristo, che applicò a se stesso le parole di Isaia: "Non si sentirà la sua voce al di fuori: le sue grida non risuoneranno nelle piazze; non schiaccerà la canna già spezzata, e non spegnerà il lucignolo che fumiga ancora" (Mt 12, 20).

 

Secondo punto di riferimento di Don Bosco è stato Francesco di Sales, santo di cui egli lesse avidamente gli scritti: cui dedicò il primo oratorio di ragazzi, dal quale nominò la Pia Società da lui fondata, sulla cui vita modellò la propria vita. Aveva scritto S. Francesco di Sales: "Fate abbondante provvista di mansuetudine e di benignità... compiendo tutte le vostre azioni piccole e grandi nel modo più dolce che vi sarà possibile" (Filotea, parte III, cap 8). "Credete a me, Filotea. Le rimostranze di un padre, fatte con dolcezza e soavità, hanno nel fanciullo potere ben più grande che non le collere e i corrucci, così è il nostro cuore". (ib.)

 

In una lettera del 16-5-1617 ad un sacerdote raccommandava: "Bisogna che compiamo sempre il nostro dovere, per il servizio del nostro dolce e buon Maestro, verso coloro che, in Lui, ci sono veramente figli e che, in ogni luogo, quando la loro necessità lo esige, mostriamo loro il seno materno del nostro amore per la loro salvezza e diamo loro il latte della dottrina. Dico 'seno materno' perché l' amore delle madri per i figli è sempre più tenero che quello dei padri, forse perché costa loro di più. Siamo l' uno e l' altro, materni perché questo è il dovere che ci ha imposto il Signore". Continuava poi: "... ho riso veramente di cuore, quando ho letto... che vi avevano detto che mi ero adirato tremendamente... Io sono un misero uomo soggetto alla passione; ma, per la grazia di Dio, da quando sono Pastore, non ho mai rivolto una parola dettata dalla collera al mio gregge...". (Tutte le lettere, ediz. Paoline, vol. II, p. 922-923).

 

Terzo modello di Don Bosco fu la propria madre.

"Mamma Margherita" con l' esempio della vita e la dolce fermezza delle maniere, ebbe sul figlio influenza decisiva.

Non sapeva né leggere né scrivere, ma conosceva a memoria tutta la dottrina cristiana, che metteva in pratica.

Calma, dolce, padrona di sé, non batteva i figlioli, ma neppure cedeva ai loro capricci; chiudeva gli occhi su cose secondarie, li teneva ben aperti e interveniva, quando si trattava di tendenze meno rette; minacciava i castighi, ma si arrendeva al primo segno di ravvedimento.

Aveva una volta preparato una piccola verga da usare in caso di mancanze. Il suo Giovannino commise, lei assente, un piccolo maldestro: all' ora del ritorno della mamma, egli prese la verga, le andò incontro mogio mogio e gliela consegnò, offrendosi spontaneamente al castigo.

 

La mamma poté soltanto sorridere, affettuosa più di prima. E fu essa a interpretare nel giusto senso di una futura missione educativa il sogno del figlio appena novenne. "Mi pareva - raccontò in famiglia Giovannino - di essere sul prato dietro casa in mezzo ai fanciulli che gesticolavano, bestemmiavano, facevano monellererie di ogni sorta e urlavano come lupi. Tentai prima di allontanarli con le buone, poi mi ci provai con i pugni. Mi fermò una voce dolcissima: 'No, non con le percosse; con la dolcezza e l' amore devi farteli amici'. Intanto i lupi s' erano trasformati in agnelli; la stessa dolcissima voce concludeva: 'Prendi il tuo bastone e conducili al pascolo'. Cosa vorrà dire?", chiedeva, concludendo, Giovannino. "Forse diverrai guadiano di pecore e capre", disse il fratello Giuseppe. "O capo di briganti", intervenne beffardo il fratello Antonio. La nonna ammonì che non bisognava badare ai sogni. La mamma, invece, avvolse il figlio con uno sguardo affettuoso e pensò: "Chissà che un giorno Giovannino non abbia a diventare sacerdote".

 

Diventato davvero sacerdote e circondato da schiere di giovani, Don Bosco ricorderà il sogno, ma anche la mamma. Ricorderà quant' essa era paziente con i suoi figlioli, quanto dolce e ferma, quanto sorridente anche nell' esercizio della sua autorità materna.

 

 

(Rivista Diocesana -Venezia- Gennaio 1978)

Da "Humilitas", Maggio 1987

 

 

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Ha ragione Lefebvre?

 

 

L' ho incontrato in treno. Seduto di fronte a me, ad un certo punto ha sospesso la lettura della sua rivista e mi ha detto:

 

- Scusi, reverendo, ma mi pare che questo Lefebvre abbia ragione; la Chiesa ha veramente cambiato strada, ha consegnato le armi quando, al Concilio, si è pronunciata sulla libertà religiosa.

 

Ho chiuso piano il Breviario, che stavo recitando, e ho risposto:

 

- Sì, sotto un certo aspetto, il Concilio ha cambiato. Ha pensato a Carlo Magno, che tagliava le teste dei Sassoni, che rifiutavano il Battesimo; a Bernardo Gui, l' inquisitore, che inferì contro i catari della Francia meridionale, ad altri casi simili ed ha umilmente confessato: nella Chiesa del passato, "di quando in quando s' è avuto un comportamento meno conforme allo spirito evangelico, anzi contrario". (DH 12) Il Concilio ha dunque ammesso una serie di fatti non lodevoli, li ha deplorati, ha detto che essi non si devono ripettere; in questo senso ha cambiato. Quanto all' insegnamento del passato, invece, non ha cambiato, se ha potuto affermare: la Chiesa ha sempre "custodito e tramandato la dottrina del maestro degli Apostoli... che nessuno sia costretto ad abbracciare la fede". (DH 12)

 

- Il Maestro?, riprese il mio interlocutore. Ma qui - e diede un' occhiata alla rivista - Lefebvre cita proprio le parole di Cristo: "Chi non crederà, sarà condannato".

 

Ed io:

- Un momento. "Sarà condannato". Ma da Dio, ma dopo la vita presente. Il Concilio non s' è mai sognato di dire che siamo liberi davanti a Dio: tutti siamo infatti tenuti a cercare la verità, ad abbracciarla appena conosciuta, a rispondere a Dio ed alla sua Chiesa, se di questa abbiamo accettato di far parte. Il Concilio ha inteso invece parlare della sua libertà davanti allo Stato in cose religiose. Il titolo del documento conciliare, infatti, parla di "libertà sociale e civile in materia religiosa". Il potere polittico, cattolico e no, che - secondo il Concilio - né può costringere ad abbracciare la fede religiosa che non piace, né può impedire dall' abbracciare e professare una fede che piace.

 

- Lei, però, non mi ha ancora fatto vedere come il Concilio segua Cristo e gli Apostoli!

 

- Se lo desidera, cerco di dirglielo ora. Ricorda la parabola del grano e della zizzania? I servi volevano strappare dal campo la zizzania, ma il padrone: No, lasciate che l' uno e l' altra crescano insieme nel campo fino alla mietitura, cioè fino alla fine del mondo. Solo allora si farà la separazione.

 

In altre parole: Gesù, certo, vuole che "tutti gli uomini giungano alla conoscenza della verità"; Gesù ha tante volte invitato i suoi uditori ad aver fede e sulla fede e le opere ci giudicherà dopo la morte.

 

Ma la fede suppone un consenso libero. E mai, predicando, Gesù ha imposto le sue verità con la forza; mai ha impedito la propaganda delle opinioni contrarie. Quando Giacomo e Giovanni propossero di far scendere il fuoco dal cielo sui Samaritani, rimproverò i due, dicendo: "Voi non sapete di che spirito siete".

 

- Bene, ma mi dica: con certe idee e certi individui che girano per il mondo, non le pare che verrà il caos, se lo Stato lascia correre tutto?

- Il Concilio non dice di lasciar correre tutto; indica, anzi, due casi in cui lo Stato deve intervenire e limitare.

- E quali?

- Primo: quando la libertà religiosa sia usata da qualcuno in modo tale da mettere in pericolo la libertà o i diritti degli altri.

- E il secondo caso?

- Riguarda il bene comune e l' ordine pubblico. Lo Stato, infatti, deve essere a servizio di tutti, assicurando una vera coesistenza pacifica nel pluralismo.

- Cosicché, il Concilio pensa di aver disarmato tutti gli avversari della Chiesa con il suo documento sulla "libertà sociale in cose religiose?"

- I Padri Conciliari sapevano benissimo che la Chiesa avrà sempre avversari. Premeva loro far sapere a tutti che la Chiesa non si sente avversaria di nessuno; che desidera vivere lo spirito di Cristo suo Signore, il quale si è dichiarato mite e umile, venuto non per farsi servire, ma per servire col metodo del Servo di Jahvè: "la canna incrinata non la spezzerà, e il lucignolo fumigante non lo spegnerà".

 

 

Da "Gente Veneta", Maggio 1977

riportato da "Humilitas", Agosto 1987

 

 

 

 

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