I fioretti di Papa Luciani
Parte XVI
Pic-nic sull'erba
Luciani, vescovo di Vittorio Veneto, passò alcuni giorni di vacanza a Pecol di Zoldo Alto, nel Bellunese, ospite in una casa delle Suore di Maria Bambina. Il tempo era scandito dalla preghiera, dalla Messa con la riflessione sulla parola di Dio durante la Messa, da lunghe passeggiate a piedi sulle montagne verso il Civetta, il Passo Giau, il Passo Falzarego, il Passo Pordoi, il Passo San Pellegrino, verso i quali si avvicinava in macchina. Il sabato pomeriggio lo dedicaba sostando in chiesa a Mareson e a disposizione per le confessioni dei fedeli. La domenica ritornava in Diocesi per assolvere agli impegni presi per varie celebrazioni religiose.
Accanto ad una curva della strada verso il Passo Staulanza, all'ombra di un abete, seduto sull'erba verde, Luciani ebbe un lungo colloquio con il vescovo di Belluno, Mons. Gioacchino Muccin, e uno scambio di riflessioni sulle nuove Preghiere Eucaristiche, delle quali veniva domandato il parere e le osservazioni da Roma.
Un giorno desiderò salire al Rifugio Coldai al Civetta. Gli bastò portare una mela e un panino: il passo era da montanaro, calmo, deciso, sicuro. Ogni tanto raccoglieva delle fragole saporite e dei mirtilli, che gli ricordavano gli anni della sua fanciullezza. Volle anche portare di persona un mazzo di fiori ad un crocifisso che si trovava lungo il sentiero, davanti al quale si fermò e commentò: "Quanto fa bene trovare ogni tanto un capitello: aiuta a respirare aria cristiana e a disintossicarsi dell'aria viziata dal male, a riflettere se siamo sulla strada giusta dove possiamo incontrare Dio". Diceva: "Camminare così mi pare di sentirmi ancora fanciullo e gustare l'amore di mia madre che ella mi tirava avanti tenendomi per mano".
Prima di arrivare alla malga, si sedette per riposarsi e contemplare. Un uomo e una donna scendevano lungo la strada, uno con la gerla piena di legna e l'altra con del fieno. Anche i due montanari si fermarono, salutarono e l'uomo disse:
- Ma lu è il vescovo di Vittorio Veneto?!?... L'ho visto ad una Cresima di mia figlia che abita da quelle parti... e dopo lu l'è de sti paesi, de Canale... Allora, se me permette, me sento anca mi e mia moglie e femo do ciacole...
Stesero il tovagliolo sull'erba e vi posarono sopra le fette di polenta, il formaggio e Luciani il panino, la mela: si condivise in serena semplicità il pranzo. L'uomo, con il suo vecchio cappello andò un po' avanti e ritornò portando acqua da bere per tutti. E, alla fine, salutando, Luciani disse: "Xe proprio vero: che in montagna se no se ghe porta, non se ghe magna". E veniva da ricordare tutte le volte che nei viaggi in automobile, Luciani sempre portava via da casa il necessario per il pranzo o la cena. Si fermava nelle piazzole di sosta lungo l'autostrada e lì consumava il pranzo, mescolato a tante altre persone, spesso camionisti con i quali divideva un bicchiere di vino e qualche parola buona di consolazione.
Il vescovo col rastrello
Vicino alla casa dove era ospite, il contadino aveva falciato l'erba che si stava seccando al sole. Improvvisamente dal monte Pelmo spuntarono nuvoloni neri, poi si sentì lo scrosciare forte della pioggia sul bosco delle conifere. Luciani se ne accorse e disse: "Andiamo ad aiutare quell'uomo a rastrellare il fieno prima che arrivi la pioggia". E commentava: "Quante volte ho aiutato la mamma in questo mestiere; vedevo la fatica e la tristezza nel constatare vanificata o compromessa la fatica e la speranza del lavoro. Poi il temporale passò e tutti si trovarono ancora il giorno dopo seduti attorno ad un grande masso, scambiandosi impressioni e lasciando sempre cadere briciole di sapienza cristiana...
Squisita carità
In una casa non lontana viveva sola una anziana signora che presto si alzava, dava da mangiare alle galline, ai conigli, puliva il cortile e poi stava a coltivare l'orto. Passando davanti, Luciani la salutava, domandava come aveva passato la notte e che programmi di lavoro aveva. Un giorno, al ritorno dalla passeggiata, la signora fece trovare a Luciani sul tavolo esterno alla casa, sul quale aveva steso una tovaglia bianca e fresca di bucato, un bicchiere e volle che assaggiasse lo sciroppo fatto con le proprie mani con i frutti di bosco che lei stessa aveva raccolto. Poi, sentiti i complimenti, al vescovo volle regalare una piccola bottiglia dello stesso sciroppo.
Un giorno Luciani si accorse che i balconi erano rimasti chiusi... La suora, avvisata da Luciani, ritornò dicendo che la signora era rimasta a letto perché non si sentiva tanto bene. Luciani s'interessò ad avvisare i parenti e disse alle suore di portare ogni giorno, fino alla guarigione, il latte caldo al mattino, la minestra ed altro a mezzogiorno e alla sera. Ed anche di andare a farle compagnia.
don Francesco Taffarel
da “Humilitas”, gennaio 2004
Il Vescovo Luciani, Padre Pio e una profezia
Nel 1967, Francesco Cavicci, imprenditore di Conegliano Veneto, era andato a confessarsi da Padre Pio, del quale era "figlio spirituale". Al termine della confessione, Padre Pio gli disse: "Devi creare un gruppo di preghiera nel tuo paese". Cavicci andò a parlare con il vescovo perché gli permetesse di compiere il desiderio di Padre Pio. Conegliano dipendeva dalla Diocesi di Vittorio Veneto e il vescovo di quella diocesi era, in quel momento, Albino Luciani. Però Luciani, ascoltando il nome di Padre Pio, che in quell'epoca non era ben visto in molti ambienti ecclesiastici, tagliò il discorso e disse: "Basta, basta: non ne voglio sentir parlare".
Alcuni mesi dopo, Cavicci tornò da Padre Pio e gli commentò quello che era successo con il vescovo. Padre Pio rimase un attimo in silenzio, e poi gli disse: "Lascia perdere. Non fare nient'altro. Sarà il vescovo chi ti cercherà e l'autorizzazione l'avrai dal Patriarca". "Ma, Padre, il Patriarca è a Venezia", disse Cavicci. E Padre Pio, risentito, disse: "Ho detto che sarà il vescovo che ti cercherà ed il Patriarca chi ti autorizzerà. E adesso torna a casa tua".
Cavicci era frastornato. Non riusciva a capire quella miscela di parole. Tornò a casa sua e non pensò più al gruppo di preghiera. A settembre 1968, morì Padre Pio. A dicembre 1969 si avverarono le parole di Padre Pio. Verso il giorno 10 dicembre, nelle ore di mezzogiorno, squillò il telefono di casa mia - disse Cavicci. Era il segretario del vescovo Luciani. Mi disse che sua Eccellenza voleva vedermi. Ci siamo messi d'accordo sul orario e andai a trovarlo. Quando mi vide, Mons. Luciani cominciò a parlarmi di Padre Pio in un tono molto cordiale. Ricordava la richiesta che gli avevo fatto. "Nei prossimi giorni devo andare a Roma, però, dopo il mio ritorno, ci vediamo e parleremo del gruppo di preghiera da fondare a Conegliano". Dopo alcuni giorni, sentii dalla radio che il vescovo Luciani era stato nominato Patriarca di Venezia. Al ritorno da Roma, Luciani mi chiamò e mi diede la missione di fondare il gruppo di preghiera.
Padre Pio, due anni prima, aveva previsto tutto: che Albino Luciani sarebbe stato nominato Patriarca di Venezia; anche, come vescovo, mi cercherebbe, e, come Patriarca, mi autorizzerebbe a fondare il gruppo di preghiera a Conegliano Veneto.
da “El Mensajero de San Antonio”,
(edizione in lingua spagnola), ottobre 2004
Troppe "Streghe" nel palazzo patriarcale
Don
Ettore ci ha raccontato come, per colpa sua, il Patriarca Luciani una volta ha
preso - sono parole sue - una "bella sbronza". Si trovava don Ettore
nel palazzo patriarcale accompagnando Luciani e altri due preti. Tutti e tre
dovevano tenere una conferenza da qualche parte più tardi. Mentre aspettavano
l'ora di partire, si sedettero e il Patriarca pregò don Ettore di offrire
qualcosa da bere. Luciani scelse il liquore Strega (40º) e don Ettore lo versò
in tre bicchieri. Il Patriarca disse: "Molto buono, molto buono!
Ancora!". Don Ettore ubbidì e versò per tutti. E don Albino: "Molto
buono, molto buono! Ancora!". Don Ettore... ancora ubbidì... Alla fine,
siccome si addormentarono tutti, arrivarono per la conferenza con un'ora di
ritardo!
Un
po' più di libertà
Un giorno il Patriarca è andato a far visita ad una comunità di suore di clausura al Lido di Venezia. Una delle suore gli aveva chiesto se era possibile far togliere la grata che le separava dalla gente e Luciani: “Non posso. E' il Papa che deve autorizzare...”. Una volta eletto Pontefice, le suore non hanno perso il tempo, si sono ricordate delle parole del Patriarca e gli hanno scritto. La grata non c’è più!
Don
Ettore Fornezza
Per
“Amici di Papa Luciani”, 25 agosto 2003
Due nipoti sante
Amalia
ricorda bene lo zio. Aveva tre anni quando Luciani venne consacrato vescovo da
Papa Giovanni XXIII nella basilica di San Pietro. «Me lo ricordo bene, come si
ricordano gli zii, quelli preferiti. Quando veniva a trovarci a Canale portava i
biscotti, le caramelle, i dolci per tutti noi. Oppure, dava i soldi a uno di noi
e diceva di andare a comprare dolciumi per tutti. Ricordo la sua semplicità, la
sua generosità».
Il padre di Albino Luciani aveva avuto due figlie dalla prima moglie, una
divenne suora di clausura. E poi dal matrimonio con Bortola, («di solida e
radicata fede») sono nati i tre figli, Albino, Edoardo e
Antonia.
Una famiglia unita, in cui Albino è stato molto presente, nonostante il
suo impegno di sacerdote, poi di vescovo e di patriarca, lo portasse lontano da
casa.
«I genitori erano severi - ricorda ancora Amalia - lui era paterno.
Quando eravamo in collegio lui veniva spesso a trovarci. E non gli mancava la
battuta. Ho ancora una lettera che ci ha scritto in collegio. Io e mia cugina
Lina gli avevamo scritto promettendo di essere brave. E lui ci ha risposto: ne
sono così sicuro che già vi immagino santa Lina e santa Amalia».
Visite in vescovado e poi a Venezia quando era patriarca. Visite senza
problemi, finchè Albino Luciani ha avuto come segretario don Mario Senigaglia («era
uno di famiglia»), visite molto più difficili quando arrivò don Diego Lorenzi
a fargli da segretario.
Amalia Luciani ricorda che avvicinare lo zio non era facile. «Don Diego
ci diceva lo zio non aveva tempo. Oppure diceva: ma quanti nipoti siete?. E noi
ci facevamo riguardo, non per lo zio, ma non volevamo imporci».
da
"Corriere delle Alpi", 23 novembre 2003
"Non mi saluti più?"
Era sempre con Albino poi che raccolte un
po' di "Pirole" (pallottole di fucile) passavate pomeriggi interi a
giocare con queste come a dei birilli. Non c'erano altri giochi da fare e ci si
arrangiava come si poteva. Sei stato attaccato a questa valle e alle sue
montagne, continuando a fare il boscaiolo, attività della quale ti vantavi di
essere rimasto uno degli ultimi ad esercitarla. E intanto seguivi da vicino i
sempre più lontani traguardi che tuo cugino Albino coglieva nel corso della sua
vita religiosa. Una volta che giunse a Canale, da Patriarca raccontavi, non
trovasti nemmeno il coraggio di salutarlo, tanto distante ti sembrava arrivato.
E così con fare discreto hai cercato di nasconderti e di allontanarti. Ma
quella volta ti andò male, lui si accorse di te e ti chiamò, con tono seccato
dicendoti: «Ma no te me salude pi». E allora ti accorgesti che in lui non era
cambiato nulla e che era rimasto quello di sempre, legato a te, come un caro
vecchio compagno di giochi.
Dario Fontanive
da "Il Gazzettino", 21 gennaio 2004
Venti
copie del “Gazzettino”
I giornalisti, nell' immediata vigilia dell’ingresso dei 111 cardinali elettori in conclave, si sbizzarrivano a fare “rose” di nomi. Si parlava di Siri, arcivescovo di Genova, considerato un grande “tradizionalista”; di Baggio e Pignedoli, nei quali si vedevano due degni successori di Papa Montini. Qualcuno avanzò il nome di Benelli, arcivescovo di Firenze, la cui dote precipua era - si diceva - “l’efficientismo”. Poi cominciò a entrare nella rosa anche il nome di Albino Luciani, patriarca di Venezia, al quale, in piazza San Marco, Paolo VI aveva imposto la sua stola di Papa. A molti sembrò un presagio. La verità è che i cardinali del Terzo Mondo erano venuti a Roma con l’idea ben precisa di voler un “Papa pastore” e facevano tranquillamente il nome di Luciani. La stessa cosa si verificava con i cardinali di lingua spagnola: ed io personalmente me ne resi conto quando un giornalista spagnolo, sacerdote, venne a chiedermi venti copie del “Gazzettino” - il giornale di Venezia - per il quale lavoravo. Mi disse che le avevano chieste i cardinali di lingua spagnola che volevano leggere un’ampia biografia di Luciani, pubblicata a tutta pagina dal giornale.
Arcangelo
Paglialunga
Da
“Il Gazzettino”, 25 agosto 2003
In crisi per l’elezione di Luciani
L’elezione
del Patriarca di Venezia a successore di Pietro fu unanime. A Venezia, la sua
città, ci fu una certa sorpresa. Pochi si attendevano l’elezione di Luciani. E
stupefatti, in negativo, rimasero, soprattutto certi progressisti e quanti, tra
clero e popolo, l’avevano in un certo senso avversato come Patriarca. Alla
sera di quel sabato 26 agosto si incrociarono le telefonate di quanti volevano
esprimere dissenso su questa elezione. Un sacerdote piuttosto in vista e facente
parte di quella “fronda” disse: “In che mani è caduta la Chiesa” e, a
chi gli faceva notare che in fin dei conti la scelta papale procedeva dallo
Spirito Santo, attraverso i Cardinali, rispose: “Che pasticcio hanno
combinato i Cardinali!”. E parecchi laici, veneziani (uomini e donne) della
cosiddetta “Intellighenzia” cattolica subirono una vera e propria crisi di
fede, non riuscendo a capacitarsi di un Luciani Papa, essendo da loro considerato
di poca cultura, dall’azione frenante sulle realizzazioni del Concilio ed
altro ancora. Diverso, invece, fu il comportamento dei parroci e, soprattutto,
dei fedeli nelle parrocchie, entusiasti della nomina e con frequenza si ripeteva
il loro motivo: “E’ uno dei nostri”, per indicare la sua origine popolare,
la sua vicinanza alla gente, il suo saper parlare e farsi intendere dal popolo,
anche il più semplice e il meno dotto. Da quella stessa “intellighenzia”,
almeno da una parte di certi cattolici, non era invece considerato uomo di
cultura, nè molto intelligente.
Titta
Bianchini
da
“Il Gazzettino”, 25 agosto 2003
Incredulità
per la morte improvvisa
Se il 26 agosto 1978 i fedeli, in specie, nel Patriarcato di Venezia rimasero stupiti per la nomina del Patriarca Albino Luciani a Papa, la sorpresa fu maggiore il 29 settembre, appena 33 giorni dopo, quando si diffuse la notizia della sua morte improvvisa. Nessuno voleva crederlo, tanto meno il suo Vicario generale del periodo veneziano, mons. Giuseppe Bosa, che, avvisato, rispose: “Per ora vado a celebrare Messa: poi vedremo cosa c’è di sicuro”. In realtà dovette adattarsi pure lui alla triste notizia, lui che era stato vicario del Patriarca Luciani poco dopo il suo ingresso in Diocesi. E fu umile vicario di un umile Patriarca, in perfetta sintonia ai suoi desideri. Con la morte di Luciani cominciarono a evidenziarsi le virtù del suo patriarcato.
I
funerali dei preti
Alcuni ricordavano, ma lo documenta la Rivista Diocesana, che le prime visite da Patriarca furono per gli ospedali di San Servolo e di San Clemente, ospizi plurisecolari degli handicappati mentali, dove languivano poveri figli o figlie di Dio, colpiti da inguaribili malattie.
Così pure tra il clero si notava che con lui si era ripresa la tradizione secondo cui il Patriarca celebrava il funerale dei suoi sacerdoti, ma di tutti senza eccezione del posto ricoperto in diocesi o del luogo dove si trovavano. Una pratica di affetto verso il suo clero che era stata attuata solo con il Patriarca La Fontaine (1915-1935) e sarà continuata dai successori di Luciani, quali il Patriarca Cè e l’attuale Angelo Scola. Per la verità in ogni diocesi, dopo il Concilio, vige l’uso che il Vescovo partecipi alla morte dei suoi preti
Una
nobildonna nei guai
Altri
ricorderanno i suoi gesti silenziosi di carità, quando faceva presente un po’
a tutti i suoi preti, il dovere del periodo di ferie estive e veniva incontro ai
più disagiati sul piano economico, anche con grosse cifre di denaro perché
potessero riposarsi. Salvo che qualche parroco le destinava subito a ridurre i
debiti incontrati per la sua chiesa o ad aiutare situazioni di parrocchiani
poveri e in difficoltà.
E’ già noto l’episodio della nobildonna veneziana, ridottasi per vicende diverse in condizioni di fame e rivoltasi al Patriarca per un aiuto. Il Patriarca, per diversi anni, la consigliò di recarsi ogni giorno ad una trattoria del centro cittadino veneziano, preavvisando il proprietario di darle il pranzo quando desiderava e senza badare a spese: a fine mese doveva inviargli, in patriarcato, il conto che provvedeva subito a pagare. Simili atti poi avvenivano verso alcuni suoi sacerdoti in situazioni incresciose, affidandoli a un parroco o a un confratello perché ospitasse in canonica il sacerdote in difficoltà, salvo poi pagare lui, nel silenzio di tutti e con tutti, quanto era stato speso.
Un
metodo di governo che non va
Ma quanti sacerdoti ricorderanno del Patriarca Luciani la pazienza eroica e la carità ancora più eroica, la sua disponibilità ad ascoltare, a ragionare, a discutere anche con quanti gli si presentavano dicendogli che il suo metodo di governo non andava, che bisognava cambiare perché loro erano teologi
Titta
Bianchini
da “Il Gazzettino”, 27 settembre 2003
Da
un’intervista a Edoardo Luciani
Il
pianto dirotto
Edoardo Luciani, detto “Berto”, ritorna da El Alamein. Ha 25 anni. E’ stremato. Scende dal treno a Belluno. Davanti alla stazione ha la corriera che lo porta a Forno di Canale (oggi Canale d’Agordo), in famiglia. Chi, ritornando da una guerra in Africa, non correrebbe subito dalla mamma? Ma lui non ce la fa. Si fionda in seminario, dal fratello Albino. “Quando mi vede in quelle condizioni, mi abbraccia e scoppia in un pianto dirotto. Poi mi fa accomodare nel suo letto. Questa notte, mi dice, tu ti fermerai qui. E ci siamo messi a dormire insieme. La mattina dopo mi ha accompagnato al pullman. Ecco, questo è il ricordo che mi sanguina ancora”.
Perché
le sanguigna?
“Per
la sua intensità, per la sua straordinaria tenerezza che solo due fratelli
possono capire”.
Tra Albino Luciani ed Edoardo, “il maestro Berto”, com’è meglio conosciuto, il rapporto è sempre stato molto forte, significativo, d’intensa confidenza, soprattutto di sostegno.
“Alla comitiva che era in partenza da Canale per Belluno e Vittorio Veneto, l’altro giorno mi è stato chiesto di raccontare di mio fratello, non un episodio edificante, ma una “baronata”. L’ho fatto volentieri. Albino aveva 12 anni ed era un ragazzo di una vivacità unica...”.
Che
cosa ha combinato?
“Lo
tengo per me. E per quei pellegrini. Anzi, mi dispiace di essere stato un po’
dissacrante, forse ho fatto perdere un po’ di devozione (n.d.a : Edoardo
raccontò ad “Amici di Papa Luciani, il 26 agosto 2003, che si trattava
di un gioco
dove avevano partecipato loro e altri due. Una pesca di beneficenza con un unico
beneficiario: Albino!). A volte si ritiene che di una persona si possa dire
soltanto bene. Invece certe qualità si acquistano con grandi sacrifici. E mio
fratello è passato per questa strada. Era tremendo e non è cambiato dalla sera
alla mattina. Diventare quello che poi è diventato, gli è costato anni di
sforzi su sé stesso. E anzitutto di convinzione intima. Alla fine del ginnasio
ha avuto una grande crisi, come peraltro succede a molti nell’adolescenza. E
l’ha conclusa con una confessione liberatoria a padre Leopoldo Mandic, un
cappuccino, tanto è vero che nel suo taccuino personale, che ci è stato
consegnato dopo la morte - io e mia sorella l’abbiamo aperto insieme -,
aveva due ritratti, quello della mamma e quello di padre Leopoldo, insieme al
poco denaro che gestiva. Padre Leopoldo gli aveva dato la forza, mi confidò,
di salvare la sua vocazione”.
“Berto”
racconta una mezza verità quando dice che la memoria gli conserva
“indelebile” solo quell’abbraccio, da reduce dell’Africa, con il
fratello in seminario. Basta insistere (la riservatezza del maestro è
proverbiale in paese) ed ecco riemergono “le due ore che Albino mi ha concesso
a quattrocchi in Vaticano, il giorno prima dell’insediamento”.
“Abbiamo parlato di tutto, fitto fitto, dei suoi sentimenti, di quello che provava, della nostra famiglia”. Era il 2 settembre 1978. Luciani era Papa dal 26 agosto. Il 3 settembre avrebbe presieduto la solenne cerimonia d’inizio del pontificato.
Era
preoccupato?
“Berto” non ci lascia completare la domanda. “No, no, no, e ancora no. Non era affatto preoccupato - quasi s’arrabbia rispondendo -. Io sento dire che è stato massacrato dai pesi che si è trovato ad assumere. No, no, no e no e ancora no. Lo volete capire che era tranquillo? Io l’ho trovato tranquillissimo, come poche volte nella sua vita. Gliel’ho anche chiesto se gli pesava il compito che gli era stato affidato. Mi rispose subito di no. Mi toccava lavorare di più a Venezia, ammise lui stesso; qui ho un’equipe per i vari argomenti, anche se poi devo decidere io”.
Luciani aveva, dunque, messo già in conto quella prospettiva che Paolo VI gli aveva forse lasciato intuire quando a Venezia, il 16 settembre 1972, gli aveva posato la sua stola sulle spalle?
“E’
un argomento delicato - risponde dopo una lunghissima pausa -. Secondo me, sì,
lui se l’aspettava. Ma come una “tentazione”, non come un desiderio. Una
tentazione che aveva cercato di allontanare da sé. Aveva sentito delle
espressioni dai confratelli. In una lettera a mia sorella Nina confida: per
fortuna io sono fuori pericolo. Ma scrivendolo, cercava di far convinto sé
stesso. Mia sorella non gli aveva chiesto nulla. Perché Albino sentì il
bisogno di mandarle quelle quattro righe?”
Ogni sera, in casa di “Berto” si recita il rosario. Seguono le preghiere di suffragio. “Anche per Albino”. “Però – confida ancora il fratello – una volta ho trovato il coraggio anche di chiedergli un favore”.
Un miracolo?
“No, un favore. E l’ho ottenuto. L’ho pregato quasi con violenza, perché lui mi aveva messo in una situazione quasi simile quando era vivo. “Quella volta tu me l’hai combinata grossa; adesso se puoi, cerca di aiutarmi”. Mi ha ascoltato...”.
Ma
“Berto” vuole tenere gelosamente per sé anche questo segreto.
Francesco
Dal Mas
da “Avvenire”, 24 agosto 2003
Luciani, quel papa new global
L'editoriale
di Giuseppe Frangi sulla figura di Giovanni Paolo I a 25 anni dalla brevissima
ascesa al papato prima della sua scomparsa.
Accadeva
25 anni fa, in questi giorni. Un'estate incredibile e convulsa in cui, in poche
settimane, l'erede di San Pietro cambiò per ben due volte. E, chiuso tra due
pontificati destinati a segnare la storia, quello drammatico e lacerato di Paolo
VI (ricordate le sue ultima parole?: «Ora che la giornata tramonta e tutto
finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e
terrena…») ; e il pontificato roccioso di papa Wojtyla, s'affacciò per 33
giorni un uomo umile, semplice. Se vogliamo dare alla parola Papa quel connotato
di potenza e di grandezza che un po' si porta dentro, potremmo dire che fu il Papa meno
Papa che si potesse immaginare. E lo fu anche nei fatti, visto che
attraversò come un semplice passeggero in transito quei palazzi carichi di
storia. Non aveva la voce tonante di chi gli è succeduto, né quella tagliente
ed epica del suo predecessore. Aveva una voce esile, non si sa se timida o
piuttosto divertita dello scherzo che il Padreterno gli aveva tirato: una voce
comunque non destinata, volutamente, a incidere i muri della storia.
Vi chiederete: perché ricordare allora Papa Luciani? Perché parlarne? Il motivo è molto semplice. Uno come Papa Luciani ci manca. Manca a chi è cattolico, come il sottoscritto, ma manca, credo, anche al mondo. Manca perché con lui, per quell'istante durato 33 giorni, un non protagonista occupò un posto che solo chi ha il temperamento da protagonista può occupare. Intendiamoci, Papa Luciani non era un outsider. Aveva una coscienza profonda del suo ruolo. Solo che non se ne prese mai i meriti. In questo stava la sua semplicità. Ma forse la sua unicità (grande fede a parte) sta in un'altra dimensione, che oggi sulla scena pubblica del mondo sembra latitare a ogni latitudine, compresa, spesso, quella della Chiesa: ed è l'assenza di retorica. La sua forza stava nel non contare sulle proprie forze, con un'avvedutezza che la sua scomparsa così rapida, ha reso poi profetica. Non era un semplice nel senso che non era consapevole delle complicazioni della storia. Era un tipo semplice perché fu capace di salire sul gradino più alto della Chiesa conservando integrale l'umiltà del parroco che ogni mattina apre il portone della sua chiesa.
Questo aspetto pubblico ci manca. Il volto di un “primo” che sinceramente
considera sé stesso un ultimo. Di un “primo” che non inganna, che non
annuncia l'impossibile, che sa sorridere come solo un amico sorride. Papa
Luciani incarnò il volto tenero e sobrio del potere, perché non era un
uomo “contro”. Non ce l'aveva con nessuno, nemmeno con una cultura e uno
stile di vita che stava mettendo la fede e la Chiesa ai margini. Non era uomo da
crociate, né da recriminazioni. Sapeva d'essere sulla strada buona perché
qualcun altro l'aveva guidato lì.
Appena nominato vescovo, nel 1959, si era recato, stupito e gioioso, a dire
l'ultima Messa ai suoi compaesani. Spiegò loro quanto gli era accaduto: «Sto
pensando in questi giorni che con me il Signore attua il suo vecchio sistema:
prende i piccoli dal fango e li mette in alto, prende la gente dai campi, dalle
reti del mare, dal lago e ne fa degli apostoli». Ecco quello che Papa
Luciani ha lasciato a tutti, credenti o no: il senso del dono. Più new
global di così…
di Giuseppe Frangi, 21/08/2003
(g.frangi@vita.it) www.vita.it
Luciani
e Rosmini
«Poi
abbiamo avuto la sorpresa che un nostro giovane collaboratore, Albino Luciani,
è divenuto Papa». Così ieri il direttore di «Studia Patavina», Giuseppe
Trentin, ha parlato di una personalità illustre che ha messo la sua firma sulla
prestigiosa testata. In realtà, ha detto poi monsignor Sartori, l'allora
sacerdote bellunese Luciani pubblicò un solo articolo, tratto dalla sua tesi,
«La teoria rosminiana sull'origine dell'anima e il Magistero della Chiesa»
(1958). E fu un piccolo caso. «Una croce per noi», dice l'anziano teologo
padovano. «Luciani mi disse - prosegue Sartori - che lui sperava di dare
ragione a Rosmini, che amava, su quella tesi condannata. Ma alla fine ha dovuto
dare ragione a Roma». L'articolo suscitò la reazione di don Clemente Riva,
sacerdote rosminiano e futuro ausiliare di Roma, nonché responsabile diocesano
per l'ecumenismo e il dialogo. La causa di beatificazione del filosofo
roveretano è comunque tuttora in corso. Sartori ha ricordato di Luciani anche
un frase significativa, detta a lui e a Bortignon, sul Concilio: «Eccellenza,
dobbiamo convertirci».
da Avvenire, 13/12/2003
Il
primo bebé di provetta
Erano
i giorni immediatamente successivi al 25 luglio 1978, data di nascita di
Louise Brown, la prima bambina al mondo concepita in provetta. A Venezia l’allora
cardinale Albino Luciani rifletteva con gran preoccupazione sul cammino della
scienza, condividendo "solo in parte l’entusiasmo di chi plaudeva"
all’esperimento.
Ciò che lo angustiava era un presentimento: "Il pericolo che possa sorgere
un’industria della fabbrica dei figli, magari per chi non può sposarsi o
addirittura per chi non vuole il matrimonio". Di lì a poco Luciani sarebbe
stato eletto Papa nel conclave indetto alla morte di Paolo VI.
A distanza di decenni quelle due pagine d’appunti autografi, finora inediti,
buttati giù di getto sulla carta intestata del Patriarcato, mostrano la
straordinaria intuizione di Luciani, ma anche gli interrogativi che si poneva
sugli aspetti etici e morali della fecondazione assistita. L'allora Patriarca di
Venezia rifletteva sulla sconvolgente notizia proveniente da Londra e sulle
nuove frontiere delle tecniche riproduttive.
La riflessione sulla fecondazione artificiale era stata sollecitata a Luciani da
un giornalista che lo invitava a commentare la nascita della piccola Louise Brown.
Luciani quegli appunti li scrisse in un pomeriggio ma alla fine non li consegnò
mai. "Trovo difficile rispondere alla sua domanda", esordiva il futuro
Papa, rilevando che per pronunciarsi avrebbe "avuto bisogno di conoscere i
dati scientifici dell’avvenimento". Luciani confessava, inoltre, la sua
"difficoltà" a pronunciarsi su una materia così delicata. "La
mia risposta è pertanto personale, a mio rischio e pericolo, direi
interlocutoria".
da "La Gazzetta Politica", 2002
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