I fioretti di Papa Luciani
Parte XI
Ricordi dello zio
Di quando ero piccola ho solo piccoli flash che mi ricordano lo Zio: le brevi visite in seminario o in Curia, assieme al papà o alla zia Nina, nella sua stanza piena di libri, questo prete sorridente dalla lunga tonaca nera che mi offriva le caramelle, una carezza e si interessava ci ciò che stavo facendo...
Le sue rapide visite in famiglia, alle quali non rinunciava nonostante fosse molto occupato, le caramelle per noi bambini o i primi gelati, sempre accompagnati dal suo sorriso, e dalle sue affettuose parole che cercavano di farci perdere la nostra timidezza. Le sue risate spontanee e simpatiche di fronte alle nostre battute di bambini, unite alle sue dolci carezze ed alle sue parole sempre incoraggianti.
La sua presenza in casa per un periodo più lungo, durante una sua malattia, la messa quotidiana celebrata nella cappella delle suore dell'Asilo, dove mio fratello Giovanni od io lo accompagnavamo, per evitargli il freddo della chiesa grande.
Ma
il momento in cui cominciò un nostro più stretto rapporto fu quando avevo 12
anni.
Conclusa la scuola elementare dovevo proseguire gli studi in un collegio
nazionale, a Fano nelle Marche. Il regolamento stabiliva che le Convittrici
dovessero essere accompagnate da un parente stretto, ma la mamma aveva da poco
avuto un altro dei miei fratellini ed il papà era a letto malato. Si offrì lui
di accompagnarmi, affrontando il lungo viaggio con questa ragazzina, sua nipote,
che lo conosceva solo fino ad un certo punto. Mi sembra ancora di vederlo,
arrivare a casa, prendere la mia valigia e tranquillizzare i miei genitori, non
tanto per la mia sicurezza che era naturalmente scontata, ma sul fatto che,
nonostante le sue molte occupazioni si prestava molto volentieri per quel
servigio.
La sua preoccupazione di rendermi meno pesante il tempo che non passava mai sul treno, lo portava a farmi notare le cose più interessanti dal finestrino, a chiedermi di me e dei miei fratelli, ad offrirmi da bere o da mangiare quei panini che aveva fatto preparare dalle suore del collegio Sperti di Belluno, dove faceva il cappellano. E quella figura dolce, dalle parole incoraggianti, l'ultima che vidi prima di iniziare la mia vita di collegiale, fu sempre presente e non solo nel ricordo, a consolare la mia nostalgia di bambina prima, di ragazza poi, lontana da casa per necessità. Mi invitava a scrivergli e lui rispondeva sempre, con consigli, incoraggiamenti ed apprezzamenti che facevano sentire tutto il suo affetto paterno per me. Si interessava ai miei studi ed alle altre mie attività, consolandomi quando qualcosa non andava per il verso giusto, partecipando alla mia gioia quando le cose andavano bene.
Mi raccomandava di fare del mio meglio non solo per me stessa, ma anche per dare l'esempio ai miei numerosi fratelli più giovani :"Tu sei il capo cordata nella scalata della vita, hai anche delle responsabilità verso quelli che ti seguono…!" Più di una volta, passando in macchina assieme al vescovo Muccin, durante il suo viaggio verso Roma, dove avrebbe dovuto presenziare alle sessioni conciliari, si era fermato per un breve saluto, affettuoso, incoraggiante o consolante.
Passata a Roma per la frequenza dell'Università, i nostri rapporti divennero ancora più stretti ; un giorno mi offrì un biglietto per partecipare ad una sessione pubblica del Concilio. "E' un fatto straordinario, - diceva - di grande portata storica, e di crescita per la Chiesa, ma ascoltando ciò che si dice potrai anche imparare molto".
La nostra corrispondenza diventava più frequente, la mia maggior autonomia mi consentiva di frequentarlo più spesso: non tornavo mai a casa da Roma senza passare prima da lui. Anche dopo la discussione della mia tesi di Laurea, la prima tappa era stata da Lui. Suor Vincenza aveva preparato una torta, era pronta una bottiglia di spumante e lui mi fece festa condividendo la mia gioia e dicendo scherzosamente : "Il mondo ora non ha più paura, perché ha un dottore in più".
Il nostro affetto reciproco era aumentato sempre più, ed io avevo cercato di frequentarlo il più possibile, accettando i suoi inviti, prima al castello di Vittorio Veneto e poi al Palazzo patriarcale di Venezia, perché trovavo in lui il completamento di ciò che mi mancava in mio padre, bravissima persona d'altra parte, ma di carattere completamente diverso.
Mi piaceva soprattutto il suo modo di insegnarmi le cose, senza darlo a vedere, parlando in modo quasi indifferente di questo o di quello. Molte volte, partita da casa per chiedergli un consiglio, una volta da lui, non vedevo più la necessità di parlargliene, perché nei suoi discorsi, senza che lo sapesse, mi dava già le risposte.
Una
cosa che mi colpiva molto era la sua serenità di fronte ai problemi, che non
era dovuta ad incoscienza, ma alla fiducia nel Signore e nella sua Provvidenza.
Talvolta mi confidava: ho molte difficoltà con questo o con quello… non è
facile fare il vescovo…dovrò prendere una difficile decisione… però poi
aggiungeva: se avessi cercato io questo posto ne sarei pentito, ma non è stata
una mia scelta, e la Provvidenza che mi ha messo qui mi aiuterà per il meglio.
E affrontava tutti i problemi con il massimo dell'impegno come se tutto dovesse
dipendere da lui, ma contemporaneamente con la serenità di chi pensa che tutto
debba dipendere solo dal Signore.
L'altro giorno la mia figlia minore mi ha parlato di un problema che riguardava una signora di nostra conoscenza; io ho espresso il mio parere. Dopo qualche giorno la signora mi ha mandato a dire che le mie erano state sagge parole e che l'avevano aiutata molto. Ripensando a ciò che mi era venuto spontaneo alla mente, ho ricordato che in fondo erano parole dello Zio e l'ho detto a mia figlia perché lo ricordi e perché le venga il desiderio di leggere di Lui.
Anche oggi, quindi, dopo tanti anni, mi ritorna alla mente il suo insegnamento e cerco di seguirlo, nonostante i miei limiti e le mie debolezze.
Pia Luciani
per "Amici di Papa Luciani"
Settembre 2001
Chierichetto di don Albino
Da
ragazzino, sono stato chierichetto dell'allora vicario della Diocesi, Albino
Luciani che ho rivisto da Pontefice a fine agosto 1978 quando concesse la
straordinaria indimenticabile udienza a Bellunesi e Vittoriesi.
Fui tra i pochissimi - allora ero capo dell'unico giornale bellunese, Il Gazzettino, appunto - ammessi al soglio pontificio e negli attimi concessimi ebbi l'opportunità di ricordare al Papa il mio servizio d'infanzia, ed il "mio" parroco: mons. Emilio Palatini, al cui nome Albino Luciani ebbe una delle "sue" espressioni: sorrise e pronunciò più volte il nome del parroco: "don Emilio, don Emilio, Belluno... il Duomo...".
Ebbi
anche la sorte di essere il penultimo a vedere il corpo privo di vita del Papa
prima che la sorveglianza vaticana facesse uscire tutti per procedere alla
sistemazione del feretro che era già in San Pietro...
Renato Bona
per "Amici di Papa Luciani"
Settembre 2001
Un sacerdote in semplice talare nera
"Io ho avuto anche la gioia di averlo conosciuto di persona nel 1977 a Venezia dove mi recai, allora quattordicenne, per seguire mio padre al IV Convegno nazionale dell' Associazione Nazionale Insigniti Onorificenze Cavalleresche (A.N.I.O.C.) tenutosi a Venezia a Ca' Giustinian dal 13 al 15 maggio 1977.
Ricordo che, poiché papà mi aveva incaricato di attendere all' ingresso il patriarca, atteso per rivolgere un breve saluto ai convegnisti, io me lo aspettavo vestito solennemente con gli abiti cardinalizi, come ero stato abituato a vedere i vescovi, specie dalle mie parti. Invece, vidi avanzare lentamente dal fondo della strada un sacerdote in semplice talare nera che, giunto quasi a Ca' Giustinian, si tolse dalla tasca zucchetto e croce pettorale e li indossò. Così, esterrefatto, capii che quello era il patriarca che con un sorriso si fece riconoscere, come un anno dopo, con lo stesso dolcissimo sorriso si fece riconoscere dal mondo intero".
Lorenzo Tommaselli
da "Humilitas", Gennaio 2000
O Maria Signor!
Ricordando suor Vincenza. Ancora, a proposito di immaginette, lei raccontava di aver chiesto a Luciani di firmare qualche santino da mandare a persone amiche di Vittorio Veneto e di Venezia:
- "Ma, benedetta..., non si potrebbe mica, sa. Perché tutto deve passare per la segreteria di Stato", rispose il Papa.
E la suora, di rimando: "O Maria Signor, ma non è lei che comanda qui?!"
Suor Irma Dametto
da "Humilitas", Gennaio 2000
"Se non lo fanno vescovo..."
Dai ricordi di don Giuseppe Pierobon, già parroco di Castion, diocesi di Belluno.
Prima di tutto, don Giuseppe ricorda Luciani come insegnante di filosofia e dogmatica in Seminario per 7 anni. Fu anche supplente di storia dell’ arte, per un anno, e alla fine dell’ anno scolastico disse, con la gioia di tutti: «Vi esonero dagli esami, perché come supplente non avete appreso granché da me... Mi basta solo che ricordiate una cosa: voi l’arte non la conoscerete e quando sarete parroci non fidatevi di voi stessi. Consultate sempre gli esperti...!». Un insegnamento più pratico e saggio non poteva darcelo, conclude don Giuseppe.
E continua: «Noi chierici avevamo una grande fiducia dei nostri professori e superiori del Seminario, ma sopra tutti brillava Luciani, per la sua semplicità, umiltà e dottrina... e tra noi dicevamo spesso: se non fanno vescovo don Albino, vuol dire che la Chiesa ha già tanti elementi, oppure non conosce quelli che veramente valgono, perché nascosti». Quindi la nomina a Vescovo di Luciani era prevista e attesa anche dai chierici del Seminario.
I rapporti tra Luciani e don Giuseppe si sono moltiplicati con la sua nomina di Arciprete a Castion. Non era facile succedere mons. Giuseppe Da Corte, pastore indimenticabile per oltre 20 anni. Era quindi naturale la preoccupazione dei parrocchiani e le loro ansia di conoscere il successore. Addirittura una rappresentanza della parrocchia andò in Curia dal Vicario Luciani, che l’ accolse benevolmente. Ma avvertì subito: «Se venite a presentare i problemi e le esigenze della Parrocchia, sono contento... Se invece venite per influenzare la nomina e fare pressione per qualcuno, questa è la via più sicura per escluderlo». La rappresentanza di Castion se ne andò ammirata di aver trovato nel Vicario un uomo di chiarezza e fortezza.
Cesare Vazza
da "Humilitas", Ottobre 2000
Testimonianze dalla diocesi di Vittorio Veneto
Panettone e bottiglia
Ernesto Modolo, di Conegliano, si è visto arrivare mons. Luciani con tanto di panettone e bottiglia in occasione delle festività natalizie. «A quei tempi - spiega - facevo il vigile urbano a Conegliano. Una mattina, alle sette e mezza, è arrivata un’ auto nella quale c’ era lui e il suo segretario. Inizialmente non l’avevo riconosciuto, lui ha abbassato il finestrino, gli ho baciato l’anello, ci siamo scambiati gli auguri. Era la prima volta che un vescovo portava il panettone per i vigili».
Il mondo dell' arte
Anche la pittrice Gina Roma di Oderzo, può contare su ricordi particolari che hanno visto l’ allora patriarca di Venezia, recarsi all’ inaugurazione delle sue mostre nella città lagunare. «Avevo conosciuto mons. Luciani - sottolinea - a Vittorio Veneto in occasione di un convegno che aveva organizzato per parlare di arte sacra. Erano presenti architetti, scultori, pittori, io ero l’unica donna intervenuta. Lui si è seduto vicino a me e abbiamo parlato con molta semplicità del mondo dell’arte».
L' importanza delle donne nella Chiesa
E proprio la valorizzazione della presenza dei laici e delle donne all’interno della Chiesa è sempre stata una priorità per il futuro papa. «Ai tempi del suo episcopato - spiega Rina Biz di Orsago - ero una giovane ragazza impegnata nel sociale. E' allora che è nato il consiglio pastorale diocesano. Il vescovo aveva chiesto di esprimere il nome di due rappresentanti per ogni associazione e per le Acli era stato dato il mio nominativo e quello di un ingegnere. Al momento della decisione mons. Luciani ha scelto me dicendo che c’ era bisogno che anche le donne iniziassero a collaborare nella Chiesa».
Ha pagato per colpe non sue
«Era
una persona straordinaria - conclude Gianni Cella di Pieve di Soligo - che però
ha vissuto momenti di estrema amarezza. Ricordo il suo volto tristissimo quando
lo vidi arrivare nel luglio del ‘62 a Forno di Zoldo nella casa alpina della
diocesi. Stava vivendo le pene dell’inferno perché era stato costretto a
vendere quella casa per far fronte ad un crac finanziario in cui era finito un
sacerdote per un raggiro. Pur di non prestare il fianco a critiche anche in
quell’ occasione ebbe la capacità di pagare per colpe non sue».
Gerda
De Nardi
da Il Gazzettino 26/08/98
riportato da "Humilitas", Luglio 2001
Profezie, profezie, profezie...
L’onorevole Lino Innocenti di Conegliano è stato accanto a mons. Luciani alla vigilia della sua elezione papale. «Allora ero senatore - afferma - e durante la settimana del conclave mi trovavo a Roma. Lo incontrai e parlammo anche del fatto che i giornali avevano annunciato che sarebbe stato lui il nuovo papa. Egli mi disse che la notizia era infondata e che se ciò si fosse avverato per lui sarebbe stata una tragedia. Io risposi «Non si preoccupi, non lo faranno mai papa». Era martedì e sabato appresi la notizia che era diventato pontefice».
Anche Tiziano Daltin di Susegana si trovava a Roma in quel periodo. «Incontrai Luciani nei giardini vaticani prima del conclave. Mi rivolsi a lui dicendo «Ecco il futuro papa». Egli si mise a ridere e poi scherzammo un po’ su questa mia affermazione».
Gerda
De Nardi
da Il Gazzettino 26/08/98
riportato da "Humilitas", Luglio 2001
Dai ricordi di don Aldo Barbon, sacerdote della diocesi di Belluno.
"Tràttalo bene!"
Don Aldo ha frequentato anche l' Università Lateranense di Roma, mentre era parroco a Valle di Seren. Presso l' Università, un bel giorno, incontrò anche Luciani, vescovo di Vittorio Veneto, che conversava affabilmente con il Rettore Magnifico, mons. Antonio Piolanti.
Si meravigliava don Aldo di questo rapporto familiare che avevano tra loro, come amici, ma soprattutto come uomini di elevata cultura.
Tra il via-vai di tanti preti di varie nazionalità, Luciani vide anche don Aldo, lo chiamò e lo presentò al Rettore: "Vedi questo era un mio alunno del seminario di Belluno. Tràttalo bene...!". E Piolanti sicuro gli rispose: "Tu sai che non dipende da me, ma dipende solo da lui".
"Quel pretino è Vescovo di Vittorio Veneto"
Ogni tanto, don Aldo va a visitare il suo paese e i suoi parenti di Scorzè. Un giovane che conosceva bene, gli si avvicinò pieno di entusiasmo per dirgli: "Devo portarti i saluti di un tuo professore che ho trovato per caso in vaporetto a Venezia. Si chiama don Albino... un pretino cordiale, simpatico. Abbiamo parlato a lungo insieme...". E don Aldo, sorridendo, risponde: "Grazie... ma sai che quel pretino è Vescovo di Vittorio Veneto?"
Sorpreso e incredulo quel giovane non parlava più... Non voleva crederci assolutamente! Ma ripensandoci, ora capiva meglio il suo modo di fare e di parlare... "Era un vero signore!", dice, ancora confuso. E sarebbe andato a ritrovarlo a Vittorio Veneto, per scusarsi del poco riguardo avuto.
"Non è dignitoso per Venezia..."
Dal 1973, don Aldo è Difensore del Vincolo presso il Tribunale Ecclesiastico del Triveneto e ogni tanto deve scendere a Venezia. Incontra tante persone e ha incontrato anche un vecchio canonico di S. Marco che gli racconta un episodio per lui strano: "Ho visto, di buon mattino, il Patriarca Luciani in nigris, come un semplice prete, che andava per i campielli di Venezia, con passo lesto... Salutava tutti, sorrideva a tutti e ogni tanto si fermava a parlare con qualcuno. Ma scherziamo...? Non è dignitoso per Venezia vedere così il Patriarca, senza un segno, una croce, una fascia rossa".
Questo vecchio canonico era quasi scandalizzato... Non conosceva ancora lo stile di Luciani, la sua semplicità e naturalezza. Soprattutto non conosceva la sua passione di stare tra la gente, senza distinguersi, umile tra gli umili.
Cesare Vazza
da "Humilitas", Ottobre 2001
da Il Gazzettino 20/12/2001
Dai ricordi di don Roberto Busa. Nato nel 1913 è un gesuita, che da giovane voleva fare il missionario ed è diventato uno dei pionieri dell' informatica testuale a livello mondiale. E' stato compagno di seminario di Albino Luciani.
"Peccato per le ragazze!"
«Sono 100% di razza alpina - dice - le mie origini sono a Calalzo da parte di mamma e ad Asiago per il papà. In terza ginnasio mio padre ferroviere fu trasferito in questa provincia: io andavo a scuola al liceo del Seminario Lollino e in IV ginnasio ero in classe con Albino Luciani, eravamo amici, uscivamo insieme e per le ragazze era un peccato che avessimo deciso di farci preti».
Dal "Corriere delle Alpi", 13 ottobre 2001
"Abbiamo come Papa un bravo parroco di campagna"
Dopo
aver catalogato milioni di parole, condivide l’idea che il linguaggio sia un
impoverimento del pensiero come diceva Prezzolini?
«In qualche aspetto è vero, perché nel linguaggio ci sono caratteristiche diverse. Il pensiero è una sintesi, il linguaggio è sequenziale, un fonema dopo l’altro. Mi viene in mente papa Luciani. Siamo stati insieme in seminario cinque anni. Ebbene lui aveva una grande capacità di lettura ma si esprimeva con una tale semplicità che tutti lo capivano. Non usava parole roboanti. Quando l’hanno eletto qualcuno ha detto: finalmente abbiamo come papa un bravo parroco di campagna».
Brano di un' intervista
"Missione
Salute on line", 6/2000
Dai ricordi di Iria Tancon, parente brasiliana di don Albino.
"Questo nome l' ho già sentito"
«Avevo 27 anni e, dopo la laurea - ricorda Iria -, una grande curiosità per la Sacra Sindone mi portò a Roma, invitata dal Centro di sindonologia di monsignor Giulio Ricci. Arrivai nella capitale il 16 marzo del 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro. Fu impressionante il primo impatto con la città deserta, abitata solo da poliziotti. Era la prima volta che un figlio di emigranti bellunesi della regione di Luis Alves tornava in Italia. Quando partii , mio padre mi consegnò fotografie e cartoline che negli anni aveva ricevuto da Bortola Tancon, sua cugina e madre di Albino Luciani ».
- Allora le Dolomiti le aveva già viste?
«La nostra casa era grande, con ampie pareti: su una i miei genitori avevano attaccato cartoline con le montagne. C'erano le case della Valle del Biois, i paesi. E poi le fotografie con i volti di sconosciuti parenti. Il muro era pieno».
- Come è entrata in contatto con Albino Luciani, patriarca a Venezia e poi Papa?
«Al Centro di sindonologia ero ospite e davo una mano per quel che potevo. Bisognava inviare a tutti i vescovi d'Italia un opuscolo e io battevo a macchina gli indirizzi sulle buste. Scrivo il nome di Albino Luciani e, come fosse un lampo, pensai "questo nome l'ho già sentito". Era scritto dietro ad una delle foto che papà mi aveva dato».
E cosa c'era scritto?
«Era una foto di Luciani , giovane seminarista, che Bortola aveva inviato a mio padre. "Carissimo cugino - c'era scritto - prega per i tuoi nipoti: a Pasqua, se Dio vuole, Albino dirà la prima Messa. Prega perché diventi un santo sacerdote". Scrissi, spinta da Mons. Ricci, all' allora patriarca di Venezia. Mi rispose subito. E lo incontrai a pranzo a Forte Boccea nel maggio del 1978».
Che ricordo ha di quell' incontro?
«La sensazione che ebbi era quella di parlare con chi si conosce da sempre. Non metteva alcuna soggezione. Voleva sapere della mia famiglia. E ha raccontato della sua. Mi ha messo poi in contatto con il fratello Edoardo, lo "zio Berto", che mi accolse veramente come un padre a Canale d'Agordo».
Da "Il Gazzettino", 28 ottobre 2001
Dai ricordi di don Alfonso, sacerdote di Venezia.
"Ma chi è il Patriarca: io o tu?"
A Venezia c'è ancora un frate per la raccolta del pane per i poveri con la bisaccia in spalla al mattino e con il pallone al pomeriggio a giocare in oratorio con i ragazzi di Castello. E' padre Alfonso; conosciuto da piccoli e grandi, giovani e anziani; grande amico del Card. Luciani nel periodo della sua permanenza a Venezia.
Quando il Patriarca Luciani aveva bisogno di ritirarsi nel silenzio e nella solitudine, si recava nel convento dei frati alla Vigna. Padre Alfonso aveva il compito di accompagnarlo dal Palazzo Patriarcale al convento e viceversa. Nel tragitto tutti salutavano... "ciao Alfonso, ciao Alfonso!" e il Patriarca intercalando con il solito suo bonario sorriso i saluti, diceva: "Ma chi è il Patriarca, sono io o sei tu?".
Un Cardinale per terra... a fare pulizia
Nel mese di agosto ogni anno Padre Alfonso va a Roma nel convento dei frati ad aiutare in cucina, e per un po' di ferie.
Nell' anno dell' elezione del Card. Luciani a Papa, P. Alfonso era, come al solito, a Roma in agosto e sapendolo a Roma, il Patriarca lo chiamava spesso per un po' di compagnia e per qualche commissione.
Un pomeriggio alle ore 15, P. Alfonso arriva e il Patriarca vuole offrirgli un caffè però, al momento di bere la deliziosa bevanda, la tazzina si rovescia e tutto il caffè finisce per terra. Grande stupore per P. Alfonso e per i Padri Agostiniani dove il Patriarca era ospite. In un balzo, il Patriarca si precipita, prende uno straccio e pulisce per terra, dicendo: "Occorre essere attenti anche a queste semplici cose perché siamo ospiti". Era il suo stile. Diceva sempre a chi voleva aiutarlo: "Io sono cameriere di me stesso!".
"Dal dentista in autobus"
Qualche giorno prima di entrare in Conclave, il Patriarca avverte un forte dolore ad un dente (era in cura a Venezia dal dott. Pesenti). Subito chiama P. Alfonso perché l' acompagni da un dentista. I Padri Agostiniani consigliano un medico a Sacrofano. Il Patriarca e P. Alfonso vanno con il bus e, avvisato il medico del loro arrivo, questo è pronto a visitarlo, però con una sorpresa: bisogna curare o levare il dente.
Padre Alfonso lo consiglia: "Eminenza, prenda ancora qualche calmante, lo farà quando ritorna a Venezia". Il Patriarca ascolta il consiglio del frate e chiede al medico di tamponare un po' il dente per poi curarlo a Venezia e così avviene. Nell' accompagnare il Patriarca sulla porta del Conclave, P. Alfonso gli raccomanda di prendere la medicina per il dolore al dente, tanto, sussurra, tra un po' di giorni ci rivedremo a Venezia. Invece, con sorpresa di tutti, è diventato Papa. Grande gioia e un po' di tristezza per P. Alfonso, perché non avrebbe potuto essergli ancora così vicino come lo era stato fino alla sua entrata in conclave.
don Ettore Fornezza
da "Humilitas", Ottobre 2001
Cosa vecchia da abolire
Una ragazza di Rovigo ebbe l' occasione d' incontrare l' allora Patriarca di Venezia, Albino Luciani, e di potergli parlare liberamente. Prese il coraggio a due mani e gli chiese: "Eminenza, non le sembra che questo modo di rivolgermi a Lei, anche questo titolo (Eminenza) sia una cosa vecchia da superare e da abolire?". Tranquillamente, il Patriarca rispose: "Tu continua pure a chiamare le persone con il titolo che si usa, con il loro nome importante; toccherà poi a loro, a queste persone che lo portano, riuscire a portarlo con dignità e verità".
don Licio Boldrin
da "Humilitas", Gennaio 1997
Brani di un' intervista a mons. Anthony F. Mestice, vescovo aussiliare di New York.
Una bella lezione pastorale
(...) "Oh, Giovanni Paolo I, grande Papa, mite e umile, ho un caro ricordo di lui". (...) "Lo vidi una sola volta, il 21 settembre 1978, quando un gruppo di vescovi americani, nella loro visita ad limina, ebbe un' udienza speciale con lui". (...)
"Finito il suo discorso, il Papa chiese a noi vescovi se avevamo domande da fare. E noi eravamo sempre più ammirati e meravigliati di fronte a questa umiltà e semplicità del Papa, che voleva prolungare l' udienza con la nostra partecipazione, i nostri interventi. Nell' aula dominava un silenzio di stupore e d' attesa. Finalmente un vescovo si alzò e domandò: "Santità, ci dica qualcosa della sua esperienza di vescovo a Vittorio Veneto e Venezia... Cosa dobbiamo fare per essere veri pastori e vescovi nel mondo d' oggi?". A questo punto, il Papa domanda l' aiuto di un interprete, di uno che sappia l' italiano. E si alza proprio lui, il vescovo aussiliare di New York, Mons. Mestice, che traduce per il Papa l' inglese in italiano e per i vescovi, l' italiano in inglese. "Fu per me un impegno e un grande onore essere accanto al Papa". Ora è interessante la risposta del Papa: "Da vescovo, ogni domenica, andavo in una parrocchia e parlavo in tutte le Messe. Mi incontravo con la gente, visitavo col parroco qualche famiglia dove c' era qualche anziano o malato... Così la domenica era sempre, per me, una novità. Un apostolato spicciolo. Per noi vescovi, vale di più l' incontro personale con la gente, che i nostri grandi discorsi". Un forte applauso coronò questa risposta del Papa che sorrideva modestamente.
Commentò Mons. Mestice: "Fu per noi una bella lezione pastorale". E continua: "Prima di lasciare l' udienza, il Papa ha voluto posare con ogni singolo vescovo, mentre noi ci saremmo accontentati di avere con lui una fotografia di gruppo. Io sono stato l' ultimo ad essere fotografato col Papa, che si è congratulato del mio "povero" italiano, ringraziandomi tanto di averlo aiutato". (...)
Cesare Vazza
da "Humilitas", Gennaio 2002
Un atto coraggioso
Gli era capitato che, dovendo fermare la macchina ad un semaforo rosso, uscirono da una vicina osteria due uomini; avevano alzato un po' troppo il gomito, avendo forse la gola secca per la troppa sete; costoro vedendo in macchina due preti, incominciarono a bestemmiare in un modo violento e sconsiderato senza nessuna intenzione di voler smettere. Il vescovo scese, si avvicinò; loro, però, indovinando cosa "quel prete" avesse potuto dire, risposero gridando:
- Siamo in democrazia; non comandano più i preti... è ora di finirla, addio sogni di gloria... lavorare tutti...
In quei giorni aveva scritto una "Lettera" ai diocesani per invitarli a far di tutto per eliminare la bestemmia, affermando che essa è "sintomo esterno di malattia interna".
don Francesco Taffarel
da "Humilitas", Gennaio 2002
"Fumi pure!"
"Nel 1967 mi trovavo con mons. Sartori alla Mendola per una settimana di studio sull' ecumenismo. C'era anche lui, allora vescovo di Vittorio Veneto. Un giorno mi domandò se potevo accompagnarlo a visitare la nipote Pia, ricoverata in ospedale a Belluno. Durante quel viaggio nacque la nostra amicizia. Mi sono rimasti nella memoria alcuni particolari, che illuminano il suo carattere di uomo buono.
Mi aveva parlato della sua salute, degli interventi chirurgici e dei guai alle vie respiratorie. "Ma lei non fumava, don Ilario?", mi chiese all' improvviso. "Sì, eccellenza - risposi - ma pensavo la disturbasse...". "Per carità, fumi pure!", disse allora. Ecco aveva sempre il timore di recare disturbo o di mettere a disagio chi gli stava accanto".
I nipotini del vescovo
"Dopo la visita alla nipote, volle andare a Canale d' Agordo, il suo paese, a casa del fratello che allora era vicesindaco. Per la notte ci sistemammo lì e volle a tutti i costi cedermi la sua stanza. "Io dormirò con i piccoli", insistette. Così quella notte i cinque (o sei?) nipotini dormirono con lo zio vescovo: una festa per loro, per lui una gioia. Nella modesta stanza di quella casa di montagna (ricordo un vecchio letto, forse quello che era stato di sua mamma, e la brocca con l' acqua) non riuscivo ad addormentarmi; di là, fino a tardi, lo zio Albino raccontava delle vecchie storie ai fanciulli, con la sua voce sorridente e dolce, che il mondo intero, qualche anno dopo, avrebbe conosciuto".
don Ilario Sabbadin
(da "La difesa del popolo", 27.09.81)
da "Humilitas", Gennaio 2002
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